mercoledì 28 gennaio 2009

Dove si curano quelli con la faccia da ricchi?

Carissimi,
eccomi qui. Ieri ho fatto la seconda terapia, per la quale nutrivo più timori rispetto alla prima, perché pare fosse quella più decisiva per capire come l'avrebbe accolta il mio corpo. Invece sono piuttosto soddisfatta: sono passata dalla parainfluenza naturale della scorsa settimana a quella indotta dal farmaco. Quindi solite cose: stanchezza, dolori articolari, un po' di febbre. Ma meno abbattuta, perché certi altri problemi si sono chiariti. Siccome questo è il periodo in cui un mucchio di gente sta così - anzi anche ben peggio a causa dell'Australiana - mi sento "normalizzata". Mi sento pure fortunata rispetto ad altri pazienti sottoposti al mio stesso farmaco e che ieri parlavano di 38-39 di febbre, sfinimento, palpitazioni e chi più ne ha più ne metta.
Ho anche riferito all'oncologo che la cosa più curiosa accadutami durante la prima somministrazione sono stati due giorni di fame tormentosa, che aveva cominciato a scatenarsi già dopo un'ora dall'inizio della flebo... non ricordo se ve ne avevo scritto. I miei sospetti erano caduti sul cortisone e l'oncologo me l'ha confermato, perché ora me ne fanno una dose doppia rispetto a quello di quando facevo la chemio. Probabilmente era andato a disturbare l'area del cervello che presiede alla sazietà. Io stessa capivo che si trattava di "falsa fame" e quindi per non finire ingolfata ho alleviato questo tormento che mi faceva perfino digrignare i denti mettendomi a portata di mano ortaggi crudi e duri da sgranocchiare (carote, finocchi e rapanelli). Di grande aiuto anche chewing alla menta senza zucchero. Passate l'informazione se conoscete qualche paziente a cui potrebbe essere utile.

Chiudo questo bollettino sulla mia salute, perché non tutti avranno il tempo o l'interesse di leggere le mie "cronache" seguenti, con un ringraziamento per quanti hanno partecipato - facendomi visita durante le feste natalizie - all'iniziativa pro Emergency "Tre miei libri a scelta per 10 euro". E' stata raccolta la più che decorosa cifra di 250 euro che oggi (non sto a spiegarvi i complicati motivi del ritardo) ho provveduto a versare.

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Capisco che sono arrivata ad un punto in cui mi devo sorvegliare attentamente, anche se so che 30 anni di mestiere mi hanno ben educata al miglior grado di obiettività possibile; tuttavia, nel raccontare il fatti, c'è sempre il rischio constatato in molti miei colleghi, di scivolare progressivamente col tempo a) dal sagace e benevolo sorriso dell'umorismo e dell'autoironia, b) alla pungente ironia rivolta solo agli altri, c)all'acidità zitellesca, d) al feroce sarcasmo, al volgare livore, e) alla rabbia dissennata. Più sfumature intermedie e variamente mescolate da cui nessuno è esente finché non raggiunge l'Illuminazione. Conscia che pure con studi zen non sono giunta a questa meta, spero di non darvi l'impressione di essere arrivata al punto c), con la seguente cronaca che vi dipinge le ore che ho passato ieri in ospedale, dalle 11.30 alle 16.30 (fino alle 13 per la visita; mezz'ora in attesa di una poltrona in sala chemio; il resto sotto flebo con annessi e connessi)... sempre meno delle 7 ore dell'ultima volta, in cui la flebo è durata oltre quattro ore. Insomma, tante sono le ore ed inevitabilmente da passare con "varia umanità".

Banco accettazione.
Non è il personale che manca, ma l'organizzazione. Nel senso che le tre o quattro persone ammassate dietro al banco sono tenute a fare di tutto e secondo un "modus operandi" del tutto individuale. C'è un solo computer, ma non ho ancora capito a cosa serva, visto che poi la base è cartacea, esempio cartelle cliniche impilate in modo misterioso, farcite di annotazioni su post it incollati sulla plastichina trasparente esterna, a cui vengono affidate numeri di telefono, indicazioni a quale oncologo devono essere dirottate, entro che data richiamare il paziente, ecc. Ovviamente gestite a più mani e secondo solerzia, precisione o fantasia delle stesse. Che, in tutta onestà, direi che non vengono a mancare, se non con grande spreco di energia.
Poiché il paziente non viene accettato su appuntamento, ma solo genericamente dalle 7.30 "in là", non ho ancora avuto modo di capire, ed è passato quasi un anno di frequentazione, se sia meglio presentarsi alle 8 (col risultato di aspettare in prima posizione i medici che comunque non arrivano prima delle 10-11 perché hanno anche i pazienti ricoverati da seguire); se è meglio alle 11 (ma a quel punto si sono ammassati i pazienti del teorico primo turno con quelli del secondo); se è meglio alle 12, ma lì si va ad incastrare la pausa pranzo dei medici. Insomma è meglio abbandonarsi alla pazienza della completa casualità. Ma la casualità fa incorrere anche in un altro rischio. Al banco di accettazione - l'ho scoperto dopo molto tempo dopo - la cartella clinica non è assegnata ad un "tuo" oncologo, col suo nome scritto sopra, ma al "chi c'è, c'è", eccetto per quelli per cui il primario raccomanda la propria presenza. Cioè i neofiti o i cronici. Infatti quando arrivi e dici: "Io sono Reginato, cartella clinica n..., sono qui per la terapia", mi consegnano un post it con su scritto, ad esempio, 12 (posizione di attesa) rosso. Ci sono anche il verde, e il giallo (mi pare), cioè il numero corrisponde alla privacy di chiamata del paziente e il colore alla privacy di prestazione dell'oncologo, in quanto nessuno ti chiede se preferisci l'uno o l'altro, semplicemente ti sbattono dove la fila è più breve. Col tempo abbiamo capito che il colore blu è quello del primario e guardiamo tutti con invidia quelli che vengono chiamati con questo colore. Col tempo abbiamo capito che potevamo anche - al banco di accettazione - esprimere una preferenza di nome-colore, indipendentemente dalla fila, per sentirsi invariabilmente rispondere: "Se ha la pazienza di aspettare". Al che uno davanti a me si è messo a ghignare e a risposto: "Qui non facciamo altro che aspettare". Infatti, io ho chiesto espressamente dell'oncologo con cui - pur con la mia rampogna - mi sembrava di aver stabilito un contatto, dopo la terza volta che l'incrociavo. "Scenderei a prendere un caffé - ho detto con molto garbo - se mi dice quanti pazienti ho davanti". "Uno solo, ti conviene aspettare". Ho aspettato un'ora e mezza e ho fatto esercizio zen dicendomi: " Anch'io l'ultima volta ho fatto aspettare più del dovuto quelli che erano dietro di me perché dovevo sfogarmi, ora non mi posso lagnare se l'oncologo è più zelante!"
In verità la visita è rientrata nei parametri consueti. O è timido (dicono così anche del primario); o l'ho più spaventato che istruito; o continua a comportarsi da cortese macina-pazienti. Le due colleghe, invece, le vedresti bene ad agitare le chiavi in possesso delle secondine. O a prenderti le impronte digitali.

LA SAGRA DELLE CHIACCHIERE

E' difficile riuscire a leggere nella sala di attesa.
Il via vai te lo devi aspettare, la promiscuità di sternuti e tosse anche; su chi ha inventato i "posti a sedere per comunità" e poi li ha rifilati nei reparti ospedalieri dove i pazienti sono già torturati per lunghe ore di attesa dai propri mali, posso solo dire che Torquemada mi fa apprezzare il detto (credo di Mark Twain): "Meglio i cattivi che gli imbecilli, almeno i primi ogni tanto si riposano".
Ma è vero, sto diventando acida come una zitella: in realtà la sala d'attesa è ornata di quadri gradi quadri ad olio (e riparmio il giudizio sulla qualità dell'artista che in nessun altro posto li avrebbe potuti donare), nonché di un numero esorbitante di piante e di bonsai poste sul già esiguo banco dell'accettazione, quindi rendendo difficile il contatto. Siccome non posso pensare alla totale imbecillità nella gestione di questo reparto, suppongo che il televisore megagalattico appeso ad una parete e che mai ho visto acceso (forse una volta e dai pochi beneficiati nel braccio corto della L in cui si snoda la stanza) sia il regalo di un paziente che si è creduto guarito dopo un paio d'anni di cure e che adesso era lì magari seduto vicino a me dopo 12 anni. E già, perché continuano a dire che di cancro si guarisce, ma nessuno ti dice per quanto. Nelle mie trasmigrazioni fra chemio e radio ho incontrato gente in trattamento come me, ma molta di più in recidiva, chiamiamola in "convivenza" con il cancro. Quindi in convivenza con la struttura e sempre più grata a quella struttura. Giustamente. Ma anche sempre meno critica nei confronti del servizio - extraterapeutico, non umano - che offre. Dopo 8, 10, 13 anni che hai il cancro cosa puoi chiedere se non: "Continua a farmi vivere?". Che ti frega delle attese, dell'arroganza, delle scomodità, dei silenzi, della gentilezza data goccia a goccia, se non per avere quella vita "goccia a goccia"?

Dialoghi nella stanza di attesa, quasi tutti in dialetto, ma io non lo lo scrivere.
"Lei che numero ha?"
"Ho il blu, perché vado dal primario"
Venerazione.
"Io - ma è una moglie che parla, perché il marito è lì con l'aria dello sconfitto negli occhi - ho il giallo, ma mi hanno detto che semmai potro vedere il primario. Ma lei come mai va dal primario? Perché sono ormai tre anni che mi curo e adesso mi vuole vedere per un controllo"... trapela il suo orgoglio. Ma un altro la vuole battere: "Se è per questo anch'io ormai vado solo dal primario, sono in cura da lui da 12 anni".
Attimo di abbattimento. Il marito avvilito si alza ed esce, senza una parola. "E' sempre così stanco...". "Non lo dica a me - interviene un'altra - ma io ho deciso: faccio solo quello che mi sento". "Anch'io - conferma un'altra ancora - ma se solo se non c'è niente da fare, altrimenti non mi tiro indietro". Arriva una signora in carrozzina, accompagnata dalla figlia. Si aggrappano alle riviste sgualcite. La madre vuole un libro di cucina regalato da un numero di rivista tre mesi fa. La figlia annota scrupolosamente e le assicura che chiederà informazioni. Perché questo atteggiamento amorevole, che già vedo qui dentro, puzza di crisantemi? Per questo non voglio che nessuno mi accompagni? Preferisco camminare sui sassi che sui petali sparsi. Arriva un ex compagna di scuola della figlia amorevole. Si riconoscono, si abbracciano con affetto. Lei, la compagna, sembra più giovane, ma è chiaramente una paziente. E' sui 40 anni, portati da ragazzina, visto che dichiara che sua figlia ha 21 anni. Dapprima noto che, pur camminando molto eretta, e in un certo modo flessuosa, ha le anche troppo rigide. Per questo il petto è spinto così in fuori. Poi ascolto: è stata operata al seno 15 anni fa. La metastasi ha attaccato prima le ossa del bacino. Poi ha avuto un incidente con un colpo di frusta e questo ha precipitato le cose. Ma ride e dice: "Sono ancora qui e sento che posso restarci ancora". "Questo è vero, - aggiunge un altro che ha una pancia chiaramente piena liquido - mi accontento di se vado avanti così. Mica è male..."

Dialoghi nella stanza chemio
Posti a caso, secondo la disponibilità, come raccontavo l'altra volta. Due soli i lettini, altre poltrone scomodissime, due senza poggiapiedi. Stavolta, onde evitare questioni, aspetto che se ne liberi una col poggiapiedi. Arriva una donna di età indefinibile: 30, 40, 50. Ha un ventre enorme, chiaramente piena di liquido e paziente pressoché terminale. Cammina a fatica, con un bastone, e sostenuta da una parente. E ha bisogno di camminare perché spesso durante la flebo deve andare ad urinare. Ma cazzo, almeno uno di quei carrellini con le ruote e il manubrio non può essere messo a dospisizione, visto che in una normale carrozzina non ci entrerebbe? No, le tocca pure sorbirsi la poltrona, dove neppure un cuscino dietro la schiena le dà sollievo all'ingombro della pancia, con il diaframma che spinto verso l'alto le impedisce la respirazione. Si lamenta, povera crista, ed ha ragione. Infine la fanno uscire. La ritrovo ore dopo sulla stretta barella incassata al posto dell'armadio a muro nel corridoietto di servizio delle infermiere dove io vado a farmi mettere e togliere l'ago nel port.
Nel frattempo mi sono cuccata la signora apparentemente in florida salute (ma cosa le mettono in vena?) che dall'altra stanza dove bombarda una tv senza che nessuno segua un programma si è voluta spostare in quest'altra, sedendosi vicino a me, perché all'altro angolo della stanza c'era sul lettino comodo, dove ci sarebbe dovuta stare quella col pancione, un'altra pimpante amica - gialla come un crisantemo - con cui voleva intrattenere conversazione. Naturalmente ha sempre parlato, da un capo all'altro della stanza, solo quella che aveva più fiato. Per soli tre quarti d'ora per fortuna, perché era alla fine della chemio. L'altra non rispondeva anche perché fose era stata colpita - come me la vostra scorsa - all'area della sazietà, in quanto non ha fatto che mangiare prima pane e uva e poi pane con le noci. In tutta onestà si tupiva che i suoi trigliceridi fossero alle stelle, ma mi sembra irrilevante rispetto allo stato del suo fegato (entrambe comunque avevano abbandonato le tette da un pezzo). La prima, era così insabile nel suo esternare un mare di cazzate, che ha chiesto ottenuto che abbassassero la musica classica della filodiffusione, adducendo che le batteva sul cervello. Senza tenere conto che stava spolpando quello degli altri. Ma non di tutti, naturalmente. C'è chi si è unito alla conversazione parlando dei piatti preferiti e disquisendo se fosse meglio lo spezzatino d'asino o di cavallo. Io, per sfiga mia, stavo disperatamente cercando di concentrami su "Le metamorfosi" di Apuleio (che vi assicuro libro piacevolissimo) ed ero proprio al punto in cui lo sfigato viene tramutato in asino e comincia subirne di tutti i colori (ciò mi ricorda la sala di attesa). Quindi mezzo intontita dal valium, e forse non centravano i farmaci, mi stava venendo il vomito a sentir parlare di queste bestie su quando era meglio macellarle, quali le parti migliori, e come cucinarle.

MA DOVE VANNO A CURARSI I RICCHI?

Riflessione di ieri.
Se avessi avuto l'aspirazione a fare la "scalatrice sociale", credo che anche solo grazie alla mia professione qualche gradino in più l'avrei fatto. Io invece ho scelto l'amicizia disinteressata, senza mai pormi un problema di "classe". Però una pulce nell'orecchio mi è stata posta da un'amica di questa mailing, quando ha comentato il mio racconto sullo sfogo con l'oncologo dicendomi: "Ma Berlusconi dove è andato a farsi curare il suo cancro?". Onestamente non lo so. Ma suppongo che per i super ricchi e potenti come lui ci siano circuiti a noi inimmaginabili, quin di neppure mi pongo il problema. Tuttavia, insistendo sul fatto che non voglio passare per "classista", ma essendo ormai da un anno inserita in questo "circuito", davvero mi chiedo dove vadano a curarsi non dico i Berlusconi o, al limite, l'alta borghesia. Ma la medio o la medio.alta, dove va? Intendo quelle donne che vedresti sempre bene anche col berretto da sci calcato in testa con i capelli mesciati in giusta misura che escono aggraziati giusto intorno al collo o alle guance; quelle per le quali le rughe sono segni di espressione su un viso vivace; quelle con la pelliccia e le scarpe la ginnastica; quelle che adorano la madre ma non sono mai pallide; quelle che il taglio corto le fa sbarazzine e sentire come nuove; quelle che parlano dialetto padovano come se fosse la Divina Commedia; quelle che se sono sovrappeso è perché si ingozzano di bigné nella pasticceria di moda ma non di pasta fatta in casa; quelle che hanno avuto l'appendicite e un'influenza clamorosa... E i loro compagni? Quelli con i capelli né lunghi né corti, né troppo curati nel taglio perché farebbe troppo... Quelli col maglioncino firmato e i pantaloni lisi di velluto a coste; quelli con l'eterna sciarpina al collo anche d'estate; quelli con gli occhialetti a mezzaluna anche se non servono; quelli che vanno ancora sulle piste nere da sci come quando avevano vent'anni di meno; quelli che parlano padovano come se avesseri i coglioni in bocca; quelli che invece che camminare con spalle incurvate in avanti hanno il basso bacino sparato in fuori...
Ma dove vanno a curarsi dal cancro quelli che per passare le tante ore di attesa (ma forse non è il caso loro) hanno fra le mani un libro?
Io vedo intorno a me pazienti "nazional-popolari", al massimo colgo il sopraciglio arrogante e condiscendente della piccola commerciante, o il fare sbrigativo dell'ex impiegato alle ufficio imposte, nella più esecrabile delle ipotesi. Ma in genere vedo gente come e voi, più o meno simpatica, invadente e acculturata (questo magari meno) come me e voi. Ma dove sono quest'altri? Quelli che stanno fra noi e i veri privilegiati? Possibile che sono l'unica bestia rara ad usare sia il "lei" che la lingua italiana? Ma non è neppure questo che mi preoccupa, se sono certa di essere curata comunque bene e con i riguardi che mi spettano. Ora invece mi sta venendo il sospetto che, trascinata da un'onda che non ho saputo gestire - forse perché da sola, forse perché non consigliata - mi sono infilata infilata in un "girone" che forse non coincide con il meglio che potevo permettermi. E mi sento colpevole nel pensare questo, perché nonstante le critiche, voglio ancora pensare che il Veneto sia un centro di eccellenza per la medicina, però mi pungola anche questa curiosità: dove sono quelli diversi da me? Dove si sono curati, fra i morti più recenti, non dico Paul Newman o Mino Reitano? O, più banalmente, il professore universitario? Mica che loro siano finiti meglio di me... mi punage solo la curiosità di sapere se ci sono strutture sconosciute a cui loro accedono e io no. Dove sono, e sicuramente ci sono, posti in cui - comunque ti toccherà morire - ma almeno su una poltrona col poggiedi. Vuoi vedere che esiste una quarta dimesione per curarsi (e su una quinta o una sesta non ho dubbi), ma di cui io non conosco l'esistenza? Dove si arriva solo per passaparola fra quelli del "giro giusto"?
Ancora. Dove sono i giovani? Intendo dire quelli intorno ai 40. Eppure si sente parlare di molti giovani, e giovanissimi, malati di cancro. Ma muoiono così in fretta da non riuscire neppure a vederli nelle strutture di cura? O anche per loro c'è un altro "circuito"?
E per noi, non più giovani, non con la faccia da ricchi, senza un briciolo di potere c'è solo la via della "standardizzazione", della "sperimentazione", dell' "accondiscendenza"? Siamo solo numero da statistica - nel bene e nel male - mentre gli altri assurgono a "casi" e sfide mediche?
"Ho ripreso ad andare in palestra" ho detto all'oncologo. Non ha neppure alzato la testa dalle scartoffie per rispondermi. Mi sarebbero bastati un sorriso o una botta d'incoraggiamento sulla spalla mentre mi visitava e che mi dicesse: "Lei sta dando il meglio signora". Invece niente. Come se fossi già comunque un cadavere. Così me ne guardo bene dal chiedere una conferma.
Un abbraccio
Adriana

lunedì 12 gennaio 2009

Araba fenice


Carissimi
sono risorta dalle mie ceneri come l'Araba Fenice ;-) Ho tagliato quei brutti capelli lanosi e gli ho fatto dare una sfumatura di rosso.
Stamattina - dopo oltre un anno - sono tornata in palestra. Mi ci sono volute quasi due ore per completare il circuito-attrezzi per il quale prima mi bastavano tre quarti d'ora. Ma l'importante è che ce l'ho fatta e che sono determinata a tornarci tre volte alla settimana. Voglio ridare al mio corpo tutta la funzionalità che può permettersi, perché sentirmi come una "vecchia carretta" mi demoralizza.
Un abbraccio
Adriana

venerdì 9 gennaio 2009

Volo in classe turistica

Carissimi
questa volta me la sono presa comoda prima di "risorgere", ma ho avuto bisogno di tempi di recupero più lunghi del solito, perché l'inizio della nuova terapia è andato a sommarsi alla fatica che mi trascinavo dalle feste.
Non voglio spendere troppe parole sulle mie condizioni di salute, perché le sedute con Herceptyn si susseguiranno ogni tre settimane per tutto il 2009, quindi tant'è che ci faccia da subito l'abitudine. Tutto sommato è andata abbastanza bene, anche se in ospedale ho dovuto starci sette ore, di cui quattro con la flebo. E' stata comunque l'occasione per togliermi qualche sassolino dalle scarpe.

"FARE IL MEDICO E' UN MESTIERE DIFFICILE"

"Dottore, non so se si ricorda di me. Ci eravamo sentiti per telefono per un'altra questione, ma nell'occasione le avevo fatto presente che la mia vagina non funzionava più..."
"Sì, sì... mi ricordo. Le avevo suggerito un farmaco..."
"La mia ginecologa mi ha risposto che è del tutto obsoleto e che comunque mai e poi mai mi somministrerebbe estrogeni, visto che prendo il farmaco contrastante. Quindi sto mettendo una crema tra le cui indicazioni c'è appunto l'uso nel corso di chemioterapia... Perché non mi avete informata su questo effetto secondario della chemio e su come fare prevenzione? L'unico avvertimento che ho avuto è stato in merito ai capelli, ma quelli ricrescono. Pelle, denti, occhi, ossa, cuore, fegato, intestino, stomaco... Io sono fatta anche di tutte queste cose e sono stata io ad organizzare le difese di questi organi che possono essere particolarmente colpiti durante la chemio. Ho potuto farlo solo grazie a Internet, perché voi invece non mi avete dato alcun tipo di informazionemediante informazioni trovate su Internet".
"Fare il medico è un mestiere difficile... Non si sa mai chi vuol sapere e chi no. In genere chi viene qui si mette nelle nostre mani, non gli interessa sapere di effetti secondari. Anzi, siccome non sono certi, forse è meglio non parlarne, onde non allarmare il paziente... E' un po' come il bugiardino dei farmaci..."

NOTA per gli amici maltesi: "bugiardino" viene detto da noi il foglietto che accompagna qualunque farmaco e che - esclusivamente per cautela penale da parte delle case farmaceutiche - contiene tutti gli avverimenti di controindicazioni possibili, fino alla morte.

"Dottore, qui non stiamo parlando di bugiardini, ma di prevenzione. Io capisco che questo reparto è oberato di pazienti, vista la fama del suo primario, e voglio credere nella vostra buona fede, ma ciò non toglie che siamo a oncologia, dove i conti con la morte sono più che concreti e quindi dove la qualità di vita - breve o più lunga che sia - diventa estremamente preziosa. Io le voglio anche credere quando dice che la maggior parte dei pazienti preferisce mettersi ciecamente nelle vostre mani, ma mi permetto di farle notare che questo vi ha portato ad una standardizzazione, verso il basso, del paziente. Ormai dipendo da questo reparto da quasi un anno e posso dire di aver avuto ripetute prove di essere sì un paziente, mai una persona".
"Be', ma per questo ci sono psicologi, associazioni..."
"Sono altri campi e personalmente non ne sento alcun bisogno. Io sto parlando di informazione e di prevenzione a livello medico per pazienti oncologici. Il fatto che lei mi risponda demandandomi ad altre... chiamiamole strutture... dimostra che non ha inquadrato il problema. io sono venuta in questo ospedale perché mi era stato assicurato che il primario è uno dei migliori, ma l'ho visto due volte per pochi minuti nel marzo scorso, poi mai più. Quando ho chiesto, mi è stato risposto: non si preoccupi, vede tutte le cartelle cliniche. Non so se è vero, ma mi sembra che voi tre assistenti godiate di un'ampiezza di delega superiore a quanto mi aspettassi. E anche questo, se comunque decido di fidarmi, potrebbe andar bene, se non fosse che lei, dottore, è solo la terza volta consecutiva che la vedo e solo su mia esplicita richiesta, altrimenti sono stata rimpallata di volta in volta a seconda delle file di pazienti. Nel corso di queste visite... una dozzina mi pare... ho sempre avuto l'impressione di essere una faccia nuova, senza una storia che non fosse quella da leggere e da copiare nella cartella clinica, faccenda da sbrigare in pochi minuti, con una visita che occupava anche meno. Una sola volta - ovvio che me la ricordo - mi sono sentita chiedere: Come sta? Benissimo, ho risposto provocatoriamente e la sua collega non ha neppure alzato gli occhi dai fogli che stava compilando".
"Capisco le sue ragioni, ma come le ho detto fare il medico è un mestiere difficile..."
"Senza dubbio, però non tenere il contatto con il paziente può renderlo ancora più difficile. Sto parlando del profilo diagnostico e terapeutico, ovviamente. Facciamo l'esempio di una banale tachicardia indotta da terapia farmacologica: se non so che può essere "secondaria" alla terapia magari mi spavento e la tachicardia diventa doppia. Mi spavento anche di più. E diventa tripla. Ma sono un paziente fiducioso e finalmente ne parlo con lei. Ma a questo punto, dottore, lei per fare una diagnosi dovrà capire 1) se è la terapia; 2) se è un caso di ansia; 3) se c'è un problema cardiaco... con conseguenti analisi e ulteriore stress per il paziente".
"Sì, capisco..."
"Torniamo alla mia vagina. Lei sapeva che la chemio agisce negativamente sulle mucose di qualunque tipo..."
"Sì, ma non è detto..."
"Non sarà detto, ma io volevo sentirmelo dire... Così come avrei voluto sapere che il farmaco che blocca gli estrogeni avrebbe aggravato,
fra le altre sorprese spiacevoli, anche questa della vagina. Capelli sì, vagina no. Mi scusi, ma lo considero un bigottismo... "
"Sì, forse è così... ma i pazienti in genere..."
"Dottore, io credo che un paziente con il cancro debba essere incoraggiato a prendere gusto alla vita nei giorni in cui sta bene e a tollerare quelli in cui sta male. Sicuramente le associazioni possono essere di aiuto in questo, ma è l'informazione medica qui - nel reparto di oncologia - ad essere basilare. Vuole sapere una cosa curiosa? Ho letto che per il mio caso, assimilabile a quelli di vaginismo, trova benificio con i dilatatori. Ne ho parlato con la ginecologa che mi ha risposto di cercare in Internet. Ho scoperto che questo aggeggio, a tutti gli effetti un presidio medico-chirurgico, in Italia non esiste. In Internet arrivano a suggerire verdure varie col preservativo! Devo andare ad alimentare l'anedottica dei Pronto Soccorso?".
"Però torniamo al discorso di prima, la maggioranza dei pazienti si affida completamente a noi, non ci chiede o non vuole tante delucidazioni..."
"Sì, ma questo non vi giustifica a prendere il mestiere come routine..."
"In che senso?"
"Standardizzare i pazienti, appunto. Ad esempio, lei e le sue due colleghe avete mai notato che, a differenza di molti altri, io sono sempre entrata da sola per le visite? Vi siete mai chiesti se ero accompagnata? E, vedendomi sola, vi siete mai domandati se magari poteva venirmi un attacco di tachicardia in piena notte, o di vomito, o uno svenimento e chi poteva soccorrermi o solo rassicurarmi? Date tutto per scontato? Sulla mia cartella clinica c'è scritto che abito a Padova... Nessuno di voi mi ha chiesto con che mezzo arrivo all'ospedale... Se guido io, ad esempio. E se è consigliabile che lo faccia, oppure no. Io credo che la routine e l'urgenza vi abbiano appiattito e che in questo modo vi sentiate leggittimati ad appiattire anche i pazienti, che diventiamo dati e cartelle cliniche".

CONSIDERAZIONI

1) Questa volta la "visita" è durata un'ora, ma vi assicuro che il colloquio è stato nei termini che vi ho detto e con toni del tutto pacati.
2) La caposala è entrata per ben due volte con due pretesti chiaramente indirizzati ad abbreviare la visita, ma il dottore ha respinto gli assalti. Né mi sentivo in colpa verso la coda, visto che aspettavo da quasi un anno per motivare concretamente le mie ragioni.
3) Per la prima volta in tutti questi mesi, l'oncologo è venuto da me mentre facevo la terapia (poco dopo l'inizio e verso la fine), chiedendomi come mi sentivo... con grande stupore delle infermiere e degli altri pazienti. Ciò non mi rallegra, mi rattrista. Avere voce assume un significato solo se incide ANCHE nei diritti di chi non li sa rivendicare, non se porta a percorsi preferenziali o peggio privilegiati.
Posizione idealistica la mia, vero? Però mi fa vivere meglio con me stessa, se non altro per coerenza.
Ammetto che sono entrata in sala chemio già con i piedi sensibilizzati dai sassolini, tolti e da togliere. Così mi è venuto facile il seguito.

VOLO IN CLASSE TURISTICA

Ci sono tre pazienti davanti a me che aspettano di entrare nelle postazioni chemio. Stiamo in piedi, guardando dall'una o dall'altra porta, pronti a prendere la postazione, fra gli slalom delle infermiere nello stretto corridoio. Mica puoi farti fregare il posto restando nella sala di aspetto, nooooo? Qui siamo tutti vigili sul nostro turno, bisogna tenere la postazione, perché non sai mai chi te la può fregare. In un ospedale di paese basta conoscere la cugina del fruttivendolo da cui ti servi perché l'infermiera si illumini alla tua vista. Altrimenti ti dice solo: "SiediTI qua".
Assicurarsi un buon posto è ovviamente un frutto del caso: sala con tv invisibile, inascoltabile e anarchica, oppure un'altra senza questo strumento inutile e rumoroso; poltrone scassa-schiena con poggia piedi, oppure due - dico due - lettini su una trentina di accomodamenti; due poltroncine salotto anni sessanta (stile svedese) senza poggia piedi. A me è toccata una di queste e siccome sapevo che l'avrei avuta lunga ero già maldisposta. Ho detto all'infermiera: "E' come in aereo quando si va in classe turistica per un viaggio di ore...". Ma come si fa qui a seguire i consigli di fare due passi (dura con la flebo), bere molta acqua (già la flebo dà problemi con la pipì) e prendere un'aspirina (basta il resto, grazie). "Che problema hai?" mi chiede l'infermiera. "Mi serve un cuscino perché lo schienale è troppo lontano e non poter appoggiare i piedi su un sostegno per tante ore me li farà gonfiare ". "Io ti posso portare il cuscino per la schiena..." ha replicato con tono suscettibile. "Infermiera, non me la prendo con lei, ma con l'ospedale. Due poltrone che sostituiscano almeno queste non mi sembra una gran spesa..." Gli altri pazienti mi guardavano incuriositi, infine sono un diversivo no?
Miracolo! Ho appena iniziato il flacone di avvio, quando si libera il posto accanto a me. Dribblo uno che si precipita dalla porta d'ingresso, portandomi appresso il trespolo della fleboe, e occupo la poltrona con poggia-piedi. Arriva l'infermiera-flebista: guarda il maschietto sul posto che occupavo prima, sposta lo sguardo su di me. E si inferocisce. "Hai cambiato posto senza dirmelo, ma ti rendi conto? Potevo metterti un farmaco al posto di un altro, perché il tuo cestino era posato sull'altro comodino...". "Non sapevo che ci fosse un numero....". "Infatti non c'è, se tu cambi posto, come faccio a sapere che i farmaci nel cestino sono i tuoi e non di un altro? E' successo proprio l'altro giorno sai?". E' pazzia, ma c'è nel metodo. "Mi dispiace. - rispondo - Ma non avevo pensato a questo inconveniente". "Guarda che queste non sono mica caramelle...". Mi è montata un'ira fonda, fredda. "E lei, infermiera, sta parlando con una donna di quasi sessant'anni, non con una bambina. Quindi se deve darmi delle informazioni lo faccia con rispetto, senza bacchettate sulle dita!". Ha fatto la bocca a "buco di culo di gallina", come dico io, e se l'è messa via. Ma ecco che subito insorge un anzianotto all'altro capo della sala e rivolgendosi a me: "Guardi che noi pazienti dobbiamo essere pazienti". "Noi prima di essere pazienti, siamo persone e dobbiamo esigere rispetto". "Il rispetto va a chi lavora per noi". "E' un rapporto di collaborazione, non di sudditanza". "Lei è una maleducata". "E lei non merita neppure che io prosegua con uno scambio di opinioni".
Passano cinque minuti, torna la stessa infermiera per mettere la flebo a quello che era al mio posto precedente. "Come ti chiami?". "Rossi". "No, il nome di battesimo". "Mario". "Ah, ecco, Mario. Io mi regolo con il nome di battesimo, perché con i cognomi si fa confusione". Chiaro che questa viene da Chioggia, dove tutti si chiamano Boscolo, tanto che anche sull'elenco di telefono ci sono i soprannomi. Ma mica sarà un criterio anche per assegnare i flacomi di chemio... Infatti ammette: "Certo che anche i cognomi a volte si ripetono". GRRRRRRR, bambina, ma usare nome e cognome per un' identificazione prima di infilare un veleno in vena è troppo?
A chiusura del cerchio: il "paziente-paziente" e "non persona" si identifica non solo per la reazione dello stronzo che ha difeso l'infermiera maleducata, ma anche in tutti quelli - praticamente tutti in sala chemio - che chiamano l'infermiera o confidenzialmente per nome (è la cugina del verduriere sotto casa), o signora e signorina. Ma che male c'è a chiamarle infermiere? E' forse disonorevole? Passiamo all'altra mia vicina di poltrona che chiama dottore il volontario solo perché ha il camice bianco? Anche questa vicina era su una poltrona senza poggia-piedi e dopo un po' le facevano male le gambe. La nipote che l'assisteva, seduta su uno sgabellino, ha messo i piedi della zia sulle proprie gambe... volo in classe turistica, no?
Un abbraccio
Adriana

cesta dei gatti 31 dicembre (sera)




Ecco che significa fare gli scemotti nella "cesta dei gatti".
Rinnovo l'abbraccio
Adriana


Sotto la neve pane - 31 dicembre (notte)


Carissimi
ho passato una delle nottate di Capodanno più belle della mia vita :-))))))))))))))
Come me, nemmeno il nostro amico Maggiore Piazza (a proposito, vi ho detto che adesso dobbiamo chiamarlo tenente colonnello?), aveva voglia di gran casini per la notte di San Silvestro, così abbiamo deciso di passarla insieme, qui a casa mia, a modo nostro...
1) A tavola quel tanto che è bastato per la squisita cena preparata dai figli e i loro amici. Loro hanno festeggiato nell'appartamento di Michele, ma ci hanno foraggiato con le varie portate a cui io ho contribuito con la pasta e fagioli e il puré al forno.
2) Stravaccati sui divani e rigorosamente a tv spenta, solo per digerire fra una portata e l'altra.
3) A fare "cesta dei gatti" sul lettone sgranocchiando dolcetti di cioccolata e facendo gli scemi a fotografarci col mio grosso orsacchiotto.

E, meraviglia...., non so bene che ora fosse, ci siamo accorti che fioccava alla grande. Voi sapete quanto io adori la neve e quindi dopo aver tenuto per un pezzo la finestra aperta ho lanciato l'idea di uscire per una passeggiata. "In fondo - ho detto, per sminuire il pericolo di un colpo di freddo - non siamo mica così vecchi. Quanti anni facciamo in due". "Più di un secolo" ha risposto l'imperturbabile Piazza. Al che mi è venuto un attacco di risate da lacrime agli occhi... credevo di non riuscire più a smettere. Piazza mi guardava perplesso... "E' il contesto... - cercavo di spiegare - Io ho fatto una battuta infelice e tu l'hai peggiorata".
Quando mi sono ripresa ho scovato una sciarpa-cappuccio con guanti per me e un berrettone per lui. Mica è stato facile tirarmi fuori dal lettone, perché io mi ero già messa in camicia da notte e bottiglia dell'acqua calda (altrimenti se non si è comodi la "cesta dei gatti" non viene bene).
Siamo riusciti a snidare anche mio figlio Michele, arruolato come fotografo.
E' stata una bellissima passeggiata intorno a casa e attraverso il parco, affondando i piedi nella spessa coltre di neve intatta, in quanto erano ormai tutti a letto.
Un anno che comincia con una nevicata così abbondante - come dice il proverbio, sotto la neve pane - non potrà essere che buono, no?
Io sento che per me sarà così, lo auguro anche a tutti voi.
Un bianco abbraccio
Adriana

Paziente-mail (30-12-2008)

Carissimi
oggi dovevo iniziare la cura con Herceptin, il farmaco "mirato" che dovrebbe andare a scovare le metastasi e indurre le mie difese a sconfiggerle. Una terapia che durerà per tutto il prossimo anno. Ne riparleremo quando sarà il momento.
Oggi dunque dovevo essere all'ospedale, invece sono nuovamente bloccata fino al 5 gennaio.
Ieri sono andata a ritirare i risultati dell'emocromo e i miei globuli bianchi erano piuttosto bassi, quindi ho telefonato all'ospedale per sapere se ciò avrebbe compromesso l'inizio della terapia.

INFERMIERA (capo sala): "Ma lei quando dovrebbe cominciare?"
IO: "Domani".
INFERMIERA: "Non mi risulta. Lei è segnata per il 13 gennaio".
IO: "Questo prima che vi telefonassi e vi dicessi che avevo avuto dell'ecocardio prima del previsto. Quindi mi avete detto che potevo venire domani".
INFERMIERA: "Non so che dirle, il dottore è andato in ferie e ha tirato un segno sui nomi delle pazienti che non ritiene urgenti".
IO: "Non mi avete mica avvertita...".
INFERMIERA: "Ma lei può venire ugualmente, solo che non ci sarà lo stesso oncologo".
IO: "Preferirei evitare questi continui cambi di mano..."
INFERMIERA: "Allora venga il 5 gennaio, quando rientra il dottore dalle ferie".
IO: "Devo rifare l'emocromo?"
INFERMIERA: "Mica serve l'emocromo per l'Herceptin"
IO: "Ma me l'ha prescritto l'oncologo..."
INFERMIERA: "Allora lei lo rifaccia per suo scrupolo..."

UN MIO SCRUPOLOOOOO?????? E' un nuovo metodo autodiagnostico?
Io ho scelto questo ospedale scomodo da raggiungere rispetto a quello cittadino solo perché mi era stato detto che sarei stata seguita da un oncologo molto prestigioso, capace e avanzato nell'azzeccare le terapie. In dieci mesi io quest'oncologo l'ho visto solo le prime due volte, all'inizio delle terapie, dopo ho solo fatto il giro dei suoi tre assistenti. Delle due dottoresse spero che abbiate conservato memoria sul loro modo di fare, infine avevo chiesto espressamente del terzo che mi sembrava il meno peggio... invece questo tira un segno sul mio nome in lista e parte per le ferie. Io (come gli altri) non sono una paziente, ma una cartella clinica che oltretutto passa di mano in mano secondo le necessità. "Non si preoccupi che il primario le vede comunque tutte" mi è stato detto. Sarà da crederci? In questo caso non mi posso neppure affidare al messaggio di "mail ricevuta". E, al di là di questo, perché non risolviamo tutto con questionari gestiti dalla capo sala? Fare emocromo: sì, no, non so. Data inizio Herceptin: da tre a sei settimane dalla fine della radio. Medico curante: dipende. Ecc.
A questo punto gli auguri di Buon Anno mi spettano non in modo formale, visto l'anno che vado a trascorrere...
Auguri a tutti voi
Adriana

domenica 4 gennaio 2009

...mi sono spupazzata


Carissimi
ho festeggiato il primo giorno del 2009 con una passeggiata alla Certosa, dove ho trovato ad attendermi oltre che il mio amico albero anche questo magnifico pupazzo di neve. Insieme a lui, auguro a tutti un anno di luce.
Un abbraccio
Adriana

ps. Oggi, lunedì, inizio la nuova terapia. FORSE per qualche giorno non ci sentiremo. Vi racconterò tutto appena possibile.

martedì 30 dicembre 2008

Natale 2008


Carissimi
la mia memoria è sempre più indisciplinata. E quanto sto odiando questi capelli che crescono afro! Dandomi un tocco da vecchietta con la permanente sbagliata. Mi preferivo budda.
La foto che vi mando è l'augurio di Buone Feste che non potevo fare prima, perché non ero in quella situazione ;-)
AUGURI, AUGURI, AUGURI.
Ora, tanto per non cambiare, ho voglia di cacciarmi a letto... I tacchi a spillo sono stati deleteri! Anche se portati pochissimo nel corso della festa, giusto per le foto!

Oltretutto queste scarpe era solo la seconda volta che le mettevo nel corso di ... 20, più anni? Davvero non ricordo il tempo. Ma la storia sì. Al Marriot del Cairo.

Adriana cantastorie... è difficile raggiungere quell' A maiusola, incastrata nell'ovvio delle altre minuscole, ma così essenziali per comunicare.
A dopo, forse. Ora ho voglia di andare a cuccia.
Adriana

sabato 27 dicembre 2008

Doppia convalescenza

Carissimi
eccomi qua, uscita dal natale in doppia "convalescenza". Partiamo dalla più facile: una parainfluenza che mi ha colto proprio nella Notte Santa con febbre e male alle ossa, ma che mi ha graziato da tosse e raffreddore. Oggi è il primo giorno che mi alzo e ieri sera sono perfino riuscita a guardare un mieloso film alla tv. In compenso sono riuscita a stupire i figli annunciando ore prima la neve che è caduta nella notte. Comincio ad essere scocciata che nevichi quando sono ko! L'ultima volta l'amico Giordano ha rischiato di prendersi il colera per andare a fotografare il mio amico albero al centro del suo lettone bianco.
Risponderò a tutte le mail arretrate, perché è sempre un grande piacere sentirvi vicini, sia che mi scriviate o meno.
La "convalescenza" più importante, però, è quella dello spirito. Non mi sento più in diritto di altri a lamentare il "malessere di Natale", ma anche se - come vi ho già detto - non vado mai a rileggermi, credo di avervi mandato mail che denotavano un grande disagio. Ho avuto un "cedimento di forze", a causa di troppi fronti emotivi aperti. Se ci pensate, accade più spesso che la revisione dei conti ce la presentiamo a natale e non l'ultimo dell'anno. Del resto mica siamo bancari - ligi alla scadenza del 31 dicembre - quando si tratta della nostra vita, no? Altrimenti troveremmo éscamotages per farli tornare comunque questi dannati conti.
Stamattina ho ripreso una buona abitudine al risveglio: leggere anche solo poche righe di qualcosa che fa bene dentro. Una "pillola" per avviare la giornata. Un dono che mi faccio da quando devo sopportare la compagnia dell'amico cancro.
L'estate scorsa Fernando mi ha regalato un libro che avevo letto anni fa, quando esploravo la meditazione: "Il miracolo della presenza mentale" di Thich Nhat Hanh, monaco e poeta vietnamita. Naturalmente non è tutto "oro colato" , anche perché la prima edizione risale all'87 e talvolta la pesantezza della datazione si sente. Per scoraggiarvi del tutto dal leggerlo vi dirò che il sottotitolo dice: "Come trasformare ogni atto della vita quotidiana, dal lavare i piatti al bere una tazza di tè, in un'esperienza gioiosa, totale e illuminante". Al posto di questo libro vi suggerisco il romanzo "La donna delle sette fonti" del nostro amico Diego Manca, in cui questi principi sono molto ben illustrati e soprattutto in modo più avvincente e meno stressante.
Ma torniamo a stamattina e al passo che mi ha colpito nel capitoletto: Contemplazione della non rinuncia. "Accorgetevi che se anche le cose sono impermanenti e prive di una realtà duratura, sono lo stesso meravigliose".
Un abbraccio forte forte
Adriana
ps. Rileggere un libro può servire a capire quanto si è cambiati nella percezione di se stessi ;-)

venerdì 19 dicembre 2008

Mare, mare, mare

Domani vado al mareeeee ;-))))))))))))))))))))))
Grazie figli, siete meravigliosi.

Riposo del guerriero

Continuo ad essere ingroppata e scostante. O forse solo affaticata. Ho storie ancora da raccontare, ma mi frega il malumore.
L'altra sera ho visto in tv il film sul pugile Carnera. Mi ha colpito una frase del manager: "Non devi preoccuparti di niente, solo di vincere".
Non sono in questa condizione privilegiata. Anzi, devo far fronte a questa enorme stanchezza, estraniamento, stizza.
Ho saltato un appuntamento per dimeticanza, quello che poteva dirmi come andava il mio cuore dopo la radio. Ciò ha spostato l'appuntamento per l'nizio della terapia conseguente. Sono incorsa in una cosa stupida, ma significativa. Non devo occuparmi di altri, se non del mio nemico, quando sto combattendo da sola. Tendo a dimenticarmelo, a fare concessioni alla guerra.
Stare meglio, non significa stare bene.
Adriana nel riposo del guerriero.

domenica 14 dicembre 2008

Natale, cancro e dintorni

Mi sono ingroppata. Fra il dire e non dire.
Tutto ciò era partito per informare sulle mie "condizioni di salute" - come odio questo termine - tutti, nello stesso momento, evitando di ripetermi al telefono. Poi ho cominciato a fare la cronista, un cromosoma con cui nasci. Infine a raccontare anche quello che sentivo. Almeno in parte. Ora mi sembra tutto stupido, ripetitivo, egocentrico.
Ho passato questo week end in assoluto isolamento, anche perché i figli erano andati per i fatti loro e il telefono è stato agibile con molta parsimonia. Io sto bene da sola, come in compagnia. Ma il Natale è una brutta bestia per tanti. Stamattina ho sentito a Rai1 - alla trasmissione vaticana - uno che diceva di essere "alberofilo" e "presepofilo", meno per il primo ha aggiunto. "Ma ho quaranta presepi e una casa abbastanza grande per godermeli di stanza in stanza". Ma che vada sotto un ponte!
Ecco, non è nemmeno di questo che volevo parlare.
Forse sono le altre due storie che mi ingroppano, anche se per motivi diversi da quelle che si sono aggiunte.
L'attuale governo intende portare l'età pensionabile delle donne a 65 anni. Parità, dice. Quale parità? Dove era lui quando io ho evitato allo Stato le spese di accudimento dei figli all'asilo nido (tanto il posto non c'era); li ho cresciuti facendo lo slalom nei numerosi ostacoli di una società che fa pagare alla madre in termini di tempo, denaro, assistenza per tutta l'età scolastica (pubblica); in quasi sessanta anni della mia vita femminile quanti soldi ho versato nelle casse dello stato, ma, soprattutto, quanti ne ho evitato che sborsasse? Prendiamo l'accudimento degli anziani, ad esempio. Che mi risponde ora il governo, dopo che ho lasciato un lavoro che privava della vita sociale e familiare, ad una malattia che la vita se la porta via? Risponde che ho fatto male i miei conti, banche comprese. E la mia assicurazione risponde - questo mi fa proprio uscire di testa - che devo presentare copia del diploma del massaggiatore, perché l'impegnativa del medico di base che dichiara come io abbia bisogno dei massaggi, nonché la fattura dei massaggiatori non basta!
Allora si capisce che si vive nella menzogna. Sì, io sono una paziente oncologica. Sì, le cure essenziali sono assicurate gratuitamente. Ma per essenziali ci si riferisce al cancro, non a tutto ciòche ci sta intorno. E se una, come me, si pone il problema non solo di guarire, ma di riavere una qualità di vita, allora tutto diventa "lusso": dalla pomata per la radio, alla gelatina che - con la radio - non riduce la vagina ad una prugna secca... Questo è uno dei due argomenti che mi stanno ingroppando, perché davvero è difficile affrontarlo senza dar luogo a fraintendimenti.
Associazioni definiscono "mutilazione" perché ti tolgono una tetta (invece restano due: una perché è fantasma e sente, l'altra perché c'è). Ma non ti dicono che la radio chiude la vagina e che si potrebbero limitare i danni usando creme in commercio che dicono "consigliate in radioterapia". Ma tanto, se siete stati assidui nella lettura delle mie mail, avrete capito di quanto siano deficitarie l'informazione e l'accoglienza.
Io, poi, che mi presento sempre da sola, sono sempre molto... destabilizzante nelle comunicazioni.
Vi abbraccio
Adriana
ps. brutta radio! Da due giorni sento che respirando la parte sinistra non va come la destra. Ok, mi sono avvilita e ho spremuto anche qualche lacrima... cazzo, com'è duro tener duro! Però mio padre ce l'ha fece a vivere e morire dignitosamente di cancro all'intestino, seppure con un solo polmone sano (l'altro lo lasciò in campo di concentramento).

sabato 13 dicembre 2008

Pony express

Carissimi
voglio dirvi che anche la Radio me la sono buttata alle spalle. E' stata forse più dura della chemio perché non mi lasciava respiro, pausa. Ora posso dire che mi vedo nuovamente in ripresa. E vi assicuro che già questo ti fa sentire meglio. Ovviamente ho dovuto ancora ricalibrarmi come un vecchio orologio nei suoi movimenti. Ma risento che l'energia può scorrere in me.

L'altra sera, sdraiata sul mio scomodissimo divano, ho visto un film: "The postletter" con Kevin Costner. Carino. L'epopea buttata nel futuro di quello che furono i pony express nella costruzione degli USA.
Mi è venuta un a riflessione, anche perché sperimentata. Internet ci ha dato una grande possibilità di comunicare. Così tanto che possiamo avere non so quanti mail, seppure a indirizzi diversi. E' come se si abitasse in tante case di residenza e bisognasse essere al corrente della posta di ognuna.
Il problema non è mio. Qui ricevo e da qui rispondo alla em che ho ricevuto, ma se avete un sacco di em e mi scrivete da dove vi capita, anch'io risponderò verso cui da dove vi capita e che magari non andate a leggere.
Vogliamo rifare l' Unità degli Stati Uniti con i pony express o semplicemente comunicare?
Adriana
ps.. Sto ancora meditando sulle altre due storie che vi vorrei raccontare. Non riesco a trovare... il modo di "porgere" in poco scritto, senza essere fraintesa.

mercoledì 10 dicembre 2008

Momento di riflerelax

Carissimi
in genere scrivo di getto le esperienze in cui inciampo o i pensieri che mi frullano. Nè mi rileggo, per non avere ripensamenti distruttivi verso ciò che ho scritto. Stavolta invece sono arenata su due argomenti intorno ai quali sto rimurginando da giorni. Due esperienze che mi riguardano, ovviamente. Ma a cui devo dare il "taglio" giusto per proporvele. Non sempre si può collegare direttamente il cervello alla bocca, no? Rischia di uscire il niente che c'è dietro. E collegare il cuore alla bocca (ti parlo col cuore in mano)? Può essere devastante. Ancora più spregevole è giudicato parlare con gli organi genitali, anche se il più espressivo è cazzo e non la vagina. Noi veneti usiamo "mandare in mona", ma spiegare a un non veneto tutto ciò che è "mona" davvero è arduo. Io ho sempre molto amato e molto rispettato le parole. Un aggettivo sbagliato, anche se in buonafede, può compromettere un dialogo. Quando c'è un'importante tavolo diplomatico fra lingue diverse viene stilato un vocabolario che renda di comune comprensione nel loro significato i termini più importanti nella trattativa. In pratica, parole chiare rispecchiano pensieri chiari. Ovviamente ci sarà sempre qualcuno che, non avendo pensieri chiari, condannerà o fraintenderà le parole chiare. E se non le fraintende le macina, le setaccia, le trasforma nel significato, nell'intendimento, nell'origine.
Non è vero che la libertà di pensiero dà la libertà di parola. E' solo una frase fatta. E' la libertà di parola che porta alla libertà di pensiero. Innumerabile quantità di libri spiegano le parole, restituendole alle loro funzioni di linguaggio e comunicazione, ma ancora c'è paura o disagio per molte parole. Perché esprimono l'handicap del pensiero sull'argomento.
No, tranquilli, con voi non cado in questi tranelli autoindotti: sto solo elaborando le due storie da raccontare, togliendo il superfluo.
Concediamoci un momento di relax. Me l'ha inviato Carlo. Gustatevi queste donne, regine, dee.
Ci risentiamo
Abbraccione
Adriana
http://www.metacafe.com/watch/yt-P2D8epuXla8/prajna_paramita_hrdaya_sutram_the_heart_sutra/

martedì 9 dicembre 2008

Vi aspetto



Carissimi
dopo tanti e tanti anni in cui la Vigilia di Natale l'abbiamo trascorsa a casa mia con tutti quelli di voi che potevano esserci, nonché con vostri amici a scelta (siamo anche arrivati a 50, ricordate?), quest'anno la tradizione si interrompe. La voglia di stringervi tutti insieme per una notte è grande, ma le forze non me lo permettono. Oltretutto la presenza di troppe persone mi frastorna. Tuttavia vi aspetto perché veniate a farmi gli auguri, magari per un té o un aperitivo e vi prometto che le cose buone non mancheranno. Le mie porte sono aperte quando volete. L'accoglienza, come vedete alle foto, è già cominciata sabato scorso. E' venuto a trovarmi Roberto che ha fatto i... accidenti non ricordo il nome... struffoli forse? Buonissimi dolcetti della cucina povera salentina.
Ma se quest'anno dovrò rinunciare all'amata festa, non posso tuttavia non mantenere fede all'impegno che l'ha sempre accompagnata, cioè ragranellare un aiuto per Emergency. Chi verrà a trovarmi potrà avere tre libri per 10 euro e voi sapete che le mie letture sono sempre ben scelte. Ne troverete anche di recentissimi, visto che quest'anno ho dedicato molto tempo alla lettura.
Quindi non fate mancare a me la vostra compagnia e ad Emergency un prezioso, anche se modesto, contributo.
Vi aspetto
Adriana



lunedì 8 dicembre 2008

Albero di Natale


Carissimi
ho fatto l'albero di Natale e mi è venuto il peggiore degli ultimi anni. Erano finti, ma maestosi, eleganti, suggestivi. Questo è vivo, con tanto di radici, tuttavia tristanzuolo. In realtà non mi sentivo abbastanza in forma per decorare l'alberone che sta in garage e che occupava dal pavimento al soffitto del salotto. Scendere e salire sulla scaletta? Davvero no, visto che già mi gira la testa per alzarmi dal divano (ho 100 di pressione). Quindi ho deciso di sfidare i gatti e di comprarmi un alberello vivo, con il suo gratificante profumo che si spande per le stanze. Non avevo neppure voglia di portare su dal garage le scatole con gli addobbi che sarebbero comunque risultati sovrabbondanti rispetto al "piccolino". Così ho acquistato un "corredino" nuovo, ma sempre a prova di gatti... Ahimé, a causa di quei due monellacci i miei ninnoli di vetro non vedono da anni la luce.
Quest'anno, l'idea era - avendo un albero vivo - di dargli l'effetto neve: infatti ho scovato lucine dentro a fiocchi di piume, nonché palle di lana morbida. L'aria è fin troppo naif, forse perché mi sono accorta quanto possa essere stancante anche questa piacevole attività nche implica alzarsi, abbassarsi, allungarsi, allontanarsi, avvicinarsi, bestemmiare contro le luci che non si accendono e contro i gatti che si appendono a qualunque cosa oscilli! E così mi è venuto fuori quest'albero da refettorio delle monache e che guardo con apprensione perché vorrei che sopravvivesse alle feste e poterlo piantare fra gli altri suoi "fratelloni" del giardino di Lignano.
Ma, albero tristanzuolo o no, è il mio messaggero di auguri per tutti voi.
Adriana

martedì 2 dicembre 2008

Scalata al Mont Blanc

Marie Therese,
una mia carissima amica di Malta, ha detto che è golosissima di Mont Blanc e che quindi vuole provare a farlo. A parte che sarei curiosa di sapere come fa a trovare le castagne a Malta, credo in ogni caso che intenda mettere in atto il motto: "Siamo nati per soffrire". E qui, per guadagnarsi il paradiso del Mont Blanc, e quindi godere, bisogna proprio autoflagellarsi.
Ecco la mail che ho spedito a Marie Therese e di cui vi riferirò l'avventura, se intenderà ancora cimentarsi dopo avermi letta.

"Allora vuoi fare il Mont Blanc? Accomodati e soffri! La rottura sono le castagne. Con un chilo ti vengono sei porzioni abbondanti, perché è un dolce molto nutriente.
Compera le castagne, possibilmente quelle grosse, chiamate "marroni", oppure prendi quello che trovi ma chiama a raccolta tutta la famiglia e amici perché l'operazione che segue è la parte peggiore del Mont Blanc.
Prendi le castagne e mettile a bollire come qualunque verdura. I tempi di cottura variano a seconda della freschezza del prodotto. Se hanno ancora la buccia lucida ed elastica sono fresche, quindi cuociono più rapidamente. Se la buccia è opaca e un po' secca dovrai lessarle 10 minuti in più. In ogni caso tieniti su una media di 15-20 minuti, perché devono essere un po' al dente.
E qui viene il bello. Spegni il fuoco, ma non scolare le castagne. Tirane fuori poche alla volta. Togli (una ad una) la buccia esterna e subito dopo comincia la prova di pazienza con la pellicola interna. Ovviamente ti si romperanno, perché la pellicola spesso è anche infiltrata dentro la castagna, ma non è l'estetica che conta. Quando avrai la tua montagnola di frutta mondata (le dita annerite, le unghie incrostate e le maledizioni esaurite), rimettila sul fuoco coprendola appena di latte e aggiungendo un bacello di vaniglia. Fai cuocere a fuoco molto basso e spegni quando le castagne saranno tenere ma non sfatte. Prendi il piatto di portata che ti sembra più consono alla tua creazione e preparati ad una prova di forza. Devi mettere le castagne ben scolate nel passapatate (quello a due manici). Puoi usare anche il passaverdure, ma ti sarà più difficile dare la forma di Monte. E meno lavori il composto con le mani, più resterà soffice. Metti poche castagne alla volta, aggiungi un po' di polvere di cioccolato amaro e strizza, o gira, a seconda dell'attrezzo. Inutile dirti che il Mont Blanc deve avere la fisionomia di una cima impervia, non di una montagna a panettone. Ora rilassati, perché il resto è tutto discesa. Schizza la montagna con del buon rum e fattene un bicchierino come uno sciatore stremato. La copertura si fa con la panna, ma quella vera, non con quell'orrore spray. Quindi prendi la panna da montare che devi aver tenuto in frigo o monta male, aggiungi zucchero a velo se già non è zuccherata, e metti mano allo sbattitore. Se usi il frullatore presta la massima attenzione, perché rischi di eccedere e di trasformarla in burro. La consistenza deve essere media, spumosa, ovvero devi poterla prendere a cucchiaiate e farla colare dalla cima alle pendici del Mont, ricoprendolo tutto, ma senza dover spalmare... Insomma, tipo besciamella morbida. Partendo dalla cima fai cadere un po' di amaretti sbriciolati e di cioccolata fondente a scagliette. Decora la base alternando marrons glacés e amaretti. I "puristi" ci mettono anche le violette candite, ma a me fanno tristezza... facciamo per dire.
Ultima avvertenza: quando lo servi, tieni comunque a parte una ciotola di panna montata e del cacao in polvere, perché le castagne sono insaziabili per questi complementi. Non pensare di mangiare il Mont Blanc a fette: se ti è successo era un falso. In realtà va servito come un budino e meglio sarebbe se fosse messo al centro del tavolo e demolito a cucchiaiate da parte degli invitati. C'è un solo modo per frenare la golosità: piantare al centro del Mont Blanc una bandierina. Chi la fa cadere paga pegno, stabilito da chi ha avuto la scelleratezza di preparare il Mont Blanc ;-)
Aspetto tue notizie circa la "scalata". Dubito che il Mont Blanc sia stato fatto da Dio in un giorno!
Un abbraccione
Adriana

domenica 30 novembre 2008

Compleanno Michele




Carissimi
oggi mio figlio Michele ha compiuto 25 anni. Per pranzo ho preparato i canederli sia in brodo che in ragù. Nel pomeriggio siamo andati a saccheggiare la libreria Feltrinelli. Poi mi sono cimentata nella preparazione del dolce più faticosamente noioso che conosco: il Mont Blanc. Prepararlo una volta all'anno è più che sufficiente per mandare la massaia sull'orlo di una crisi di nervi. Sarò lieta di fornire la ricetta ai masochisti che sono fra voi e che vogliono fare un figurone per Natale. Ma, attenzione, il Mont Blanc che vedete in foto (credo che l'esposimetro automatico si sia imbrogliato a causa del candore del dolce) è sì piccolo, ma per sei persone. Dopo aver pelato un chilo di castagne, facilmente il coltello mira alle vene!
Un abbraccio alla panna
Adriana






Addio coniglietti


EVVIVA :-))))))))))))))))) Anche questa è andata! Oggi ho finito la radioterapia e ho un mese di vacanza prima di finire nuovamente nelle mani dell'oncologo. Il mio "viaggio" è iniziato 10 mesi fa ed essermi lasciata alle spalle due cicli di chemio più la radio (così lunga che potrei essermi diplomata dj), oltre all'intervento chirurgico, ha tutto il sapore di una conquista. Anche perché non me la sono cavata niente male, no? E' ben vero che per un po' sarò ancora nella categoria "rifiuti tossici", ma se non altro mi evito l'inceneritore!!!
Oggi ho detto addio all'ospedale e anche ai coniglietti stanziali nel parco dell'Isitituto oncologico veneto. Nessuno ha saputo dirmi come si sono riprodotti così vigorosamente, ma immagino ci sarà la mano di qualcuno che si è sbarazzato di una coppietta (sono nani) ormai venuta a noia in casa. Però ora questa piccola popolazione è trattata bene, perché vedo qua e là mucchietti di pane e carote. Certo che mangiano un'erba più "radioattiva" di me, visto l'inquinamento da traffico che c'è in quella zona (per la passeggiata dal posteggio all'ospedale mi sono munita di mascherina). Nel giorno dell'elezione di Obama è comparso un piccolissimo coniglietto nero e l'ho chiamato Obama. Naaaa, non l'ho adottato. Ho già dato! Michele aveva voluto un coniglietto nano, che chiamammo Messner come lo scalatore, perché aveva la capacità di arrampicarsi e superare qualunque ostacolo frapposto fra lui e la sua brama di roditore. La mia casa porta ancora i segni.
Bene, da stasera posso concentrarmi su cose piacevolissime, come vedervi, ad esempio. Cosa bolle in pentola per sabato sera?
Un abbraccio entusiasta
Adriana

lunedì 24 novembre 2008

Un regalo allargato



Voglio condividere con voi tutti questo regalo che mi ha mandato Giordano. Lo vedete che l'amico albero non ha neppure un fiocco di neve addosso e che il terreno è sgombro anche per tutta la sua circonferenza? E' a causa di tutto il calore che riesce ad emanare pur nel sonno invernale. Ricordo che qualche anno fa andai a trovarlo in un pomeriggio freddissimo. Me ne stavo accovacciata sulle radici, circondata dai rami spogli. Era come stare sotto una tenda ed ho potuto chiaramente avvertire lo sbalzo di temperatura quando sono uscita allo "scoperto".
Un abbraccio con poco fiato
Adriana

In dono a chi la neve non ce l'ha...

Carissimi
non vi dico quanto malumore può mettere il lunedì perché non voglio davvero fare la femmina in menopausa ormono-dipendente. Però stamattina quando mi sono svegliata da una brutta notte dopo una sfiancante domenica, mi sono detta che davvero "Lassù qualcuno mi ama". Che dono meraviglioso è la neve. Ti da l'impressione di poter fare punto a capo. Quando, appena scesa dal letto, ho aperto le tende per vedere il tempo, sono rimasta come al solito estasiata. Tanti di voi sono di Padova, quindi la neve la stanno vedendo quanto me, ma altrettanti di voi vivono in altri luoghi dove questa benedizione non c'è stata. A questi ultimo va il mio dono, soprattutto agli amici maltesi, costretti a godersi un quasi perenne beltempo. Che pena mi fanno, GRRRRR.
Nelle foto: il giardino visto dal terrazzo e dalla finestra di cucina.
ps. Avevo una gran voglia di precipitarmi dal mio amico albero e coglierlo in questa veste candida, ma i miei pensieri sono incagliati. Andrei lì come chi, mentre ti sta parlando al telefono, ti mette in attesa perché ha un'altra chiamata. Lo considero estremamente sgradevole e maleducato.

Sì, "Lassù qualcuno mi ama", ma quando ho acceso il pc, stamattina, ho avuto la conferma che anche "Quaggiù sono amata", perché... come dire, le vostre mail sono molto toccanti e mi stupiscono sempre. Premetto che io non mi rileggo, quando vi scrivo, perchè ho molto pudore ad esternare ciò che provo. Scrivo di getto e archivio nel blog che lascerò in eredità ai miei figli, quando più serenamente potranno leggere delle mie peripezie. Oggi ho fatto un'eccezione: sono andata a rileggermi per verificare se le vostre belle parole scaturite dalla mia ultima mail non fossero esagerate o comunque condizionate dall'affetto. Be', la forma è buona, anche se gli manca una "limatina". E il contenuto? Sì, sono io. E nello stesso non lo sono. Mi sento così mutevole e fuggevole in questo periodo. Tiro fuori cose molto intime da me stessa e nel medesimo tempo tengo i telefoni staccati perché ho una voglia terribile di isolamento.
Avrete notato che questa mailing non l'ho aperta al dialogo e vi ho sempre invitato a contattarmi individualmente. Del resto non è nata per diventare un "forum", ma solo per informare tutti contemporaneamente di ciò che mi accadeva, anche se talvolta indulgo in cose che non c'entrano, ma che ho voglia di condividere con voi. Però stavolta mi sembra pertinente inoltrarvi la mail di Rossana, che è anche un approfondimento di ciò che volevo dirvi. Grazie Rossana.

"Mi lasci spesso senza parole. E' un filo sottile che mi unisce a te, Adri, condivido il tuo modo di pensare in maniera quasi assoluta. Lo sai esprimere molto meglio di me.
Confermo che i nostri incontri (come il tuo con l'amica estetista) non avvengono mai per niente.
Ricordo che circa 12 anni fa feci assistenza alla mamma di una compagna di liceo di Elena. Era stata operata da Pluchinotta ad un tumore al seno molto avanzato. Lei è tedesca e qui a Padova non aveva parenti. Mi ero offerta di aiutarla e lei ha accettato.
Non ero mai stata in ospedale a Padova e in quell'occasione imparai a muovermi lì dentro. Avevo la sensazione che stavo imparando qualcosa che doveva poi aiutarmi per un'esperienza più forte. E fu così: dopo circa sei mesi mio papà si ammalò di cancro al fegato e mi trovai da sola con lui ... Grazie a Susy avevo un bagaglio di nozioni che mi furono molto utili. Vedi Adri, è stata lei ad aiutarmi.
p.s.: ora Susy ha 63 anni - splendida donna, in gamba e molto monella!
Un bacione grande grande!
Adriana






domenica 23 novembre 2008

Nel segno del cancro, no grazie

Carissimi
buon lunedì a tutti coloro che oggi, domenica, non sono al pc. Splendida domenica di sole, ma che voglio vivere quietamente a casa, come gli atleti in ritiro prima di una gara importante. Le mie terza-quarta settimana di radio non sono state buone, come avrete capito. Niente di grave, ma somma di tanti malesseri ad aumentare il senso di stanchezza... di essere STUFAAAAAAA!!!

FOGLIA SECCA
Questo mio corpo è diventato come una foglia secca: cade dall'albero (mi gira la testa); scricchiola al vento (le mie giunture); si arriccia sotto il sole (la mia spalla). Certo che la radio è davvero radiante. Deve aver attraversato tutti i tessuti, perché l'eritema mi sta nascendo anche nella zona opposta, cioè quella della schiena. Per fortuna il prurito è intermittente, ma vi assicuro che preferirei un moderato mal di pancia al tormento di non potersi grattare. Il mio umore lunedì scorso era sotto tacchi delle scarpe, tanto da indurmi alle grandi domande esistenziali: "Sono io cambiata o è il blocco di estrogeni provocato dal farmaco che sto prendendo?". "Questa menopausa indotta mica mi sta facendo diventare quella lagna di donna che non sono stata con la prima menopausa?". Con tutto il rispetto per le donne-lagna ormono dipendenti in menopausa...
Carenza di estrogeni o no, stufa stufissima lo ero senz'altro, ma nella notte fra martedì e mercoledì è successo qualcosa che ancora una volta mi ha dimostrato la grande adattabilità del nostro corpo. Mi sono svegliata verso le 5 di mattina con il solito attacco di prurito determinato anche dalla sempre chemio-sulfurea traspirazione. Niente di nuovo quindi, ma improvvisamente ero io ad essere cambiata. Sentivo di poterlo sopportare, nonostante la stanchezza e il malumore. Ho avuto la certezza che potevo fare a meno del cortisone paventato dal radiologo, da quale giovedì scorso non sono tornata per il controllo. Non nego che quest'ultima settimana continuerà a pesarmi molto, come per chi è a quel chilometro dal traguardo che decide l'esito della maratona, ma ora so di potercela fare. E che riuscirò a portarmi a casa una "pelle" migliore di quanto sarebbe stata dopo il temporaneo sollievo del cortisone.

BENVENUTA NEL CLUB "LE RAGAZZE CHE VOGLIONO VIVERE"
A proposito di pelle. Non ho mai smesso, come sapete, di andare al mio Istituto di Estetica per quelle piccole coccole al corpo che ci fanno sentire in "ordine" a ogni età. La proprietaria dell'istituto è una bella donna molto volitiva ed efficiente. Da tanti anni che la conosco, non siamo mai passate al tu, anche se talvolta qualche sprazzo di confidenza è andato al di là del rapporto gestore-cliente. Del tipo i miei viaggi, o la sua separazione (solo un cenno, per dire che stava riorganizzando una nuova casa a misura di se stessa). Ovviamente sa di cosa mi è capitato e mi ha citato l'esempio di una sua cliente diventata una cara amica: una leucemia terribile, guarita dopo cure disperate negli Stati Uniti. Ma quando cominciò la chemio andò all'istituto: "Voglio essere il più bella possibile". "Non posso farle niente senza un'autorizzazione dei suoi medici curanti". Che professionalità, eh?
L' "imprenditrice coraggiosa" come la definì il giornale per cui lavoravo (ha l'istituto nei pressi di via Anelli e chi è padovano sa cosa significa a livello di media)...
E' entrata nel mio camerino - dove mi stavano facendo il pedicure - con i suoi bei capelli lunghi mossi da onde e ricci. Siccome in genere li tiene raccolti, le ho fatto i complimenti. Ho notato che è uscita in fretta, come colta da insolito pudore. E' rientrata quando la lavorante aveva finito il pedicure e se n'era andata. Riporto il dialogo in modo asciutto, perché... what else? Come mi ha insegnato l'attualmente pubblicità di quel caffé in capsule.

LEI: "Come sta?"
IO: "Cerco di cavarmela"
LEI: "Non l'ho vista da... i primi di ottobre mi pare"
IO: "Ha ragione, ma ho un po' il fiato corto, per così dire..."
LEI: "Non ha in programma nessun viaggio?"
IO: "No, non prima di aver finito la radio".
LEI: "Nessuna delle sue... come le chiama? 'Monellerie' ?"
IO: "Ghheghhehe, mai dire mai. E lei, come va?"
LEI: "Ho il cancro anch'io. Lo so con certezza da due giorni. Io sono sempre stata scrupolosa con la mia salute. Verso la metà di ottobre ho scoperto due ghiandolette infiammate all'inguine. Da lì sono incominciati esami su esami. Il verdetto me lo aspettavo, visto come si prendevano a cuore la cosa. Ma saperlo è stata dura ugualmente. Peggio di tutto l'attesa. Lunga, troppo lunga. Si arriva a pezzi. Ho un cancro alle ghiandole linfatiche, esteso a tutto il corpo. Quindi non operabile. Devo solo sperare nella chemio, visto che non sono operabile. La farò una volta alla settimana, per ora. Mi hanno già detto che perderò i capelli, i miei bei capelli..."

Non stupitevi per i capelli, né voi maschi (paradossali per un particolare così IRRILEVANTE nei vostri confronti per noi femmine), né voi femmine ovviamente (per un particolare così RILEVANTE, tra gli altri, per i maschi). E comunque lei dirige un istituto di estetica, quindi è chiaro che possa sentirsi colpita più di me.

LEI: "Voglio farcela. Lei dove ha comperato la sua bella parrucca?"

Abbiamo parlato della qualità delle parrucche. Alla fine ci siamo abbracciate e le ho detto: "Benvenuta nel 'Club delle ragazze che vogliono vivere' ". Ha capito che non è un'associazione, ma una strizzata d'occhio "monella" e "guerriera".
Mi è sembrato significativo che mi abbia chiesto il mio cel. Avrei giurato che all'istituto l'avevo lasciato. Questa settimana passerò di là, con cautela. Le darò l'indirizzo dove ho comprato la parrucca e quello della mia erborista. Ma con calma, con calma. Capisco la sua riluttanza a lasciarsi andare, capisco il suo desiderio di passi individualmente esplorativi, capisco che nella sua cliente-amica-sopravissuta al cancro avrà un appoggio più immediato del mio. Non tutti siamo da Pronto Soccorso immediato, Croce Rossa da manuale, sirene spiegate alla solidarietà di "specie". Avere il cancro non rende tutti quanti sotto lo stesso segno zodiacale!
Grande abbraccio
Adriana

mercoledì 19 novembre 2008

Ultime dal fronte

Carissimi
la buona notizia è che per ora non devo interrompere la radio, la cattiva è che probabilmente ho sviluppato un'allergia sulla zona irradiata, da cui le vescichette e il tormentoso prurito. Secondo il radiologo, il cortisone mi aiuterebbe, ma non è il caso di usarlo quando mancano ancora due settimane di trattamento. Quindi dovrò tener duro per ancora tre o quattro giorni e correre ai ripari solo se la situazione peggiora.
Un abbraccio
Adriana

domenica 16 novembre 2008

Trascorsa da una gioia leggera

"Le tremule foglie dei pioppi, trascorron una gioia leggera...". Mi sono tornati in mente questi versi di Pascoli ieri, mentre passeggiavo nei dintorni della Certosa per arrivare dal mio amico albero. I pioppi che costeggiano l'argine del fiume fremevano al tenue vento proprio come descritto dal poeta, mentre le foglie secche scricchiolavano sotto i miei piedi. Dopo tanti giorni uggiosi immersi in un grigiore compatto e screziato di pioggia, è tornato finalmente il sole. Sono uscita per scrollarmi di dosso fiacchezza e malumore e perché volevo inviarvi una foto del mio amico albero nella sua dorata veste autunnale. Ho scelto l'ora di pranzo, quando alla Certosa diventano rari anche quelli che portano a spasso il cane o vanno a correre. Che magnifico silenzio sigillato sotto un cielo azzurro chiaro. E che aroma di legni tiepidi, di pulviscolo, di muffe. Come entrare in un sottotetto tagliato da un raggio di sole. Camminavo piano, non con la mia solita furia, per consentire alle tensioni di scivolare via. Ma... ero in prossimità dell'albero quando mi sono accorta che avevo lasciato la macchina fotografica in auto. Il posto è tranquillo, ma non tanto sicuro. All'amico Fernando, tempo fa, hanno forzato la portiera dell'auto, portandosi via perfino le sue scarpe da tango. Quindi ho fatto dietro front col cuore già in tumulto e ho tagliato per i campi onde accorciare il percorso. Mentre galoppavo tra i solchi fangosi e gli spuntoni delle canne del granoturco ho formulato un pensiero derivante dalle mie letture "zen": non devo permettere che la mia serenità venga condizionata da insignificanti eventi esterni. Mi sono fermata, ho respirato a fondo ed ho ripreso un passo lento, tenendo gli occhi a terra, anziché rivolti al punto dove avevo posteggiato l'auto. Ed ecco che tra i solchi vedo una grossa pannocchia gialla, gonfia di umidità ma sana nel marciume imperante. L'ho raccolta. Mi piaceva la sua consistenza granulosa nel palmo della mano, mentre camminavo nuovamente serena. La mia Mini sonnecchiava inviolata all'ombra: ho preso la macchina fotografica e mi sono riavviata alla volta dell'albero. Nell'ultimo tratto di sentiero ho controllato la mia amata pianta di stramonio (l'erba delle streghe), che ho scoperto un paio d'anni fa e che continua a crescere rigogliosa. Le spinose capsule dei semi sono ancora di un verde brillante, quindi acerbe. Tranquilli, non uso questa pianta pericolosissima (allucinazioni e anche morte), pure molto utile se un po' di foglia viene fumata insieme a tabacco normale per alleviare i sintomi dell'asma, com'era conosciuto nelle nostre campagne.
Il mio amico albero (un platano tricentenario per chi non lo ricordasse) era un trionfante intrico di rami dorati, sulle cui punte estreme verso il cielo sembravano impigliate le soffici nuvolette bianche di passaggio. Mi sono seduta sulle sue radici tiepide (mi sento sempre un po' regina in trono quando lo faccio), rigirandomi la pannocchia fra le mani. Avevo voglia di regalarla a lui. Ho cominciato a sgranarla piano, ricordando i gesti in certi cortili di contadini della mia infanzia... le nostre mani bambine che si lanciavano manciate di grano tra i rimbrotti delle vecchie che stavano sgranando. Ho lanciato i semi contro il tronco che li ha fatti rimbalzare tutt'intorno, come piccole stelle dorate. Ho sentito i tessuti offesi della spalla sinistra stirarsi ad ogni lancio e ciò aumentava la consapevolezza del gesto verso l'albero... il nostro gioco improvvisato. Infine mi sono accoccolata in una piccola culla fra le radici lasciandomi abbagliare dal sole con gli occhi semichiusi e poi inseguendo nel buio delle palpebre i guizzi rossi e verdi di serpi che si allontanavano. "Vattene, vattene" mi ripetevo, immaginandomi la fuga delle cellule malate.
Sarà servito? Non so, né lo posso verificare. Ma tornando sul sentiero mi sentivo "trascorsa da una gioia leggera", come annunciato dalle foglie dei pioppi al mio arrivo.
Un abbraccio
Adriana
ps. La macchina fotografica aveva le batterie scariche, un GRRRR molto zen ;-)

venerdì 14 novembre 2008

Culetto di neonato

Carissimi
oggi termino la terza delle cinque settimane di radioterapia. Quindi ho doppiato la boa e mi avvio al traguardo, ma sento la stanchezza della gara, sia fisica che psicologica. Questo "bombardamento" quotidiano si traduce in spossatezza, vertigini, nervosismo. La zona trattata da due diverse irradiazioni è piuttosto vasta, dalla ferita alla clavicola e parte del collo. Nonostante le creme è irritata e soprattutto pruriginosa. Sopporta solo indumenti di cotone molto morbido, come accade per i culetti di neonato. Speriamo che il week end mi dia un po' di tregua e di energia.
Più umana che bionica
vostra Adriana

Vizietti e piccole virtù

Carissimi
è da domenica che non sono al meglio. Mi sa che sono radioterapia e farmaco combinati insieme a darmi questa botta di stanchezza a cui si aggiunge la personale irritazione nel vedermi limitata nella mia autonomia. Anche il poco che faccio mi sfinisce e ho giramenti di testa sempre in agguato. Il pomeriggio buttarmi fuori dal letto, vestirmi e mettermi in auto per raggiungere l'ospedale mi stronca, per fortuna c'è il "caffetino macchiato e schiumoso" di mio figlio Michele a darmi un po' di carica... E pensare che per il caffé non sono mai stata portata. Anzi, ora che ci penso, non è l'unico "vizietto" che mi sto coltivando.
1) Alle 15.30, caffé con due biscotti
2) Alle 19, piccolissimo flute di vino (unica concessione giornaliera all'amato Bacco)
3) Alle 21, un cioccolatino rigorosamente fondente.
Per una "che sa resistere a tutto fuorché alle tentazioni" (Wilde), sono diventata praticamente ascetica.
Un abbraccio
Adriana

Un libro che non leggerò, PAR CONDICIO...

Alla mia lettera aperta è seguita la risposta di Stefano che metto in mailing per "par condicio" ;-)

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Cara Adriana
tu meglio di altri, sai quale possa essere il mio carattere e quali siano le mie opioni riguardo la morte. La volontà di regalarti quel libro ( pur sapendo che alla fine chi l'ha scritto è morto di cancro ) nasce da alcune considerazioni che mi sono venite spontanee dopo averlo letto. Ti sembrerà paradossale, forse ripetitivo e risaputo, ma dopo questa lettura ho realmente capito che nella vita vince chi lotta, lui non l'ha fatto. Il libro è un susseguirsi di elogi alla sua carriera, a quanto fosse considerato nell'ambiente lavorativo.... Ma solo in rari momenti si pronuncia sulle qualità personali, interiori e intime che un uomo ha. Lui parla sempre di "un avrei voluto" , "avrei fatto" "avrei".... Da ciò ne deduco che se la malattia lo ha consumato è stato perchè ha considerato se stesso come immortale perchè elogiato e considerato da tutti.... ma purtroppo solo un docente. Menziona poco della sua famiglia, dei suoi figli, degli affetti. Non ha lottato. Ha pensato a realizzarsi professionalmente senza considerare che prima di tutto si è uomini, ed attorno girano un'immensità di cose, fatti, persone che come tali vanno considerate. E' morto ricordando sogni che tali sono rimasti. Quindi alla fine di tutto regalarti quel libro, a mio modo, è un'apprezzare lo sforzo che stai facendo, un dirti che stai lottando (secondo me) nel modo più giusto, e che alla fine ce la farai perchè prima di tutto sei realizzata come Donna. E questo forse è l'unica cosa che neanche il cancro può sconfiggere.

Ribadisco, è un mio pensiero ( non poi solo mio a quanto pare.... )

Rinnovo l'affetto che ho per te e un caloroso augurio. Anche se penso che visto come stanno andando le cose su quanto appena scritto ci confronteremo a breve..... :-)

Con Affetto

Baby

Un libro che non leggerò...

Lettera aperta a Stefano, detto Baby , perché è il più giovane della compagnia (24 anni)

Caro Stefano
mi colmi sempre di attenzioni e di questo ti sono molto grata. Ieri mi hai regalato un recentissimo bestseller: "L'ultima lezione - La vita spiegata da un uomo che muore" di Randy Paush (ed. Rizzoli). Voglio spiegarti perché - io che sono un' onnivora di libri - questo non lo leggerò. Perché è un libro per i sani, non per i malati di cancro. E non perché non sia un bel libro, anzi lo consiglio a questa mailing. Ma finisce con la morte dell'autore. E questo non mi aiuta a pensare positivo. Qualche anno fa ebbe un successo clamoroso "Un altro giro di giostra" del giornalista Terzani. Lo lessi e lo apprezzai per lo spirito positivo ed esplorativo, nonostante la sconfitta finale. Anche perché si è portati a pensare: "A me non toccherà", così come i bambini non capiscono di non essere immortali. Allora ero sana e potevo permettermi di trarre insegnamento da un'esperienza di questo tipo, anche se non a lieto fine. Ora invece sono io che vivo il mio dramma personale giorno per giorno, che cerco e trovo strade per vivere al meglio, con ricette che possono essere solo individuali, appellandomi ad energie che non sapevo di avere. Mi aiuta che la morte non mi fa paura, ma mi aiuta soprattutto pensare che ce la farò. Anche solo come sfizio personale, anche solo accontentadomi di dover convivere con qualche altra forma di cancro per tutta la vita e magari morire di vecchiaia per una banale frattura all'anca.
Vedi, Stefano, regalandomi questo libro tu non ti sei reso conto del paradosso: tutti voi mi incoraggiate perché la sto prendendo bene, che il mio ottimo aspetto è già un buon passaporto per la vita, che la mia energia saprà aver ragione sul male, ecc. Anche Pausch e Terzani erano così, anzi anche meglio di me. Recentemente è scomparso pure Steve Mc Queen che amava la vita e che ha senza dubbio goduto delle migliori cure (come gli altri due), ma tutti e tre - come molti altri simili a loro - sono finiti sotto terra. Io non posso permettermi di coltivare questo tipo di pensieri. Ed è anche una delle ragioni per cui ho creato questa mailing, ovvero informare tutti gli amici contemporaneamente sulla mia salute - fisica e mentale - senza dover magari ripetere al telefono: "Non sto troppo bene", oppure "Sono incazzata", altrimenti alla fine della giornata sto sicuramente peggio.
Il libro che mi hai regalato, caro Stefano, lo terrò per quando sarò guarita.
Con immutato affetto
Adriana

Budda bar

Carissimi
sono felicissima di aver superato la seconda settimana di radio. Fatta la prossima sarò già oltre la metà, cioè in dirittura d'arrivo. A fine novembre sarò nuovamente padrona del mio corpo e dei miei spostamenti: che sensazione esaltante e che voglia di valigia.
Come molti di voi sanno sono un'appassionata della musica dei Budda Bar. Un amico mi ha mandato - sempre della serie - il cd Ocean. Iinfo: http://www.ibs.it/dvd/3596971320072/amanaska/buddha-bar-ocean.html . Non perdetevelo, perché non solo è bellissima la musica, ma anche il video con incredibili riprese naturalistiche.
Buon wek end a tutti
Adriana

mercoledì 5 novembre 2008

primo taglio di capelli


Carissimi
oggi ho festeggiato il mio primo taglio di capelli. Stamattina sono andata dalla mia parrucchiera - e soprattutto amica - Lucia che mi ha sistemato la zazzera. I capelli mi stanno ricrescendo folti e ricci, tanto che è stato necessario dare una sfoltita. Anche il colore non è cambiato rispetto a prima: base scura e punte chiare. Quindi niente ritocchi ;-)
Nella foto, sono a casa di Laura e Antonio, la cui figlia Irene ha immortalato questo mio nuovo passo avanti.
Un abbraccio
Adriana

Casa azzurra, papa nero

Carissimi
oggi ho iniziato la mia seconda settimana di radioterapia. E' subentrato un nuovo tecnico: giovane, biondo, occhi azzurri, piuttosto aitante, ma con un pessimo senso dell'umorismo. Finita la seduta, gli ho detto: "Sta andando meglio di quanto mi aspettassi...". E lui, con aria svagata mentre smanettava l'apparecchiatura, ha canticchiato: "Uno su mille ce la faaa...". "Be' lo spero anch'io!" ho replicato a denti stretti.

IL REUMATOLOGO
Sono anche andata a ritirare le analisi ordinate dal reumatologo, che dovrebbe arginare il mio inizio di osteoporosi. Mi sono rivolta a lui privatamente, onde superare la lista d'attesa, per cui ho pagato 170 euro di visita. Quando però ho telefonato per dire che avevo le analisi da far vedere, quindi iniziare la cura, mi è stato risposto che si tratta comunque di una "visita di controllo" e mi è stata fissata per il 29 dicembre. Ma dico, a che gioco giochiamo?

LA CASA AZZURRA
Stamattina ho anche avuto il secondo appuntamento con l'osteopata-massaggiatore, Luca (quello consigliato da Massimo a Lignano). Mi trovo molto bene, anche se non so bene dove mi sono cacciata. Si chiama "La casa azzurra": ospita un asilo nido e una piccola piscina. Si tengono Laboratori di tutto un po': musica, danza, arte, meditazione, yoga, arti marziali, ginnastica posturale e acquatica. L'ambiente è lindo ed efficiente. Luca è molto preparato, disponibile e amichevole. Stamattina mi ha impastato come una focaccia tutta la zona dell'intervento perché, secondo lui, "ogni cicatrice è un insulto a tutto il sistema-corpo". Ha comunque mani d'oro anche quando mi lavora le spalle e il collo per aiutare i tessuti a ridistendersi e per contrastare il "rattrappire" della radioterapia. Il costo è negli standard di un massaggio normale, ovvero 40 euro. E' comunque impagabile l'entusiasmo che Luca ci mette, come se fosse una questione "personale" fra lui e gli attentati che il mio corpo è costretto a subire.

IL PAPA NERO
Bene, l'ora è tarda, ma voglio continuare a seguire il voto negli Usa. Oggi mi è venuta in mente una cosa: la previsione di Nostradamus circa l'elezione di un "papa nero" nella nostra epoca. Era stata strombazzata in occasione dell'elezione di Woytila e ricordo ancora che, quando fu annunciato questo nome, ci fu un attimo di smarrimento tra la folla. Poi tutto cadde nel "dimenticatoio". E se Nostradamus - nella sua Centuria - avesse in realtà previsto l'elezione del Presidente degli Usa? In fondo per il famoso indovino un "papa" poteva essere la persona più importante del mondo, mica poteva pensare al Presidente degli Stati Uniti, no? Possibile che non sia venuto in mente a tutti questi "futurologi" sempre sproloquianti sui media? Su ragazzi, un po' di elasticità di interpretazione... o, come al solito, aspettate che il fatto accada per dire "dopo": "L'avevo detto io..."

Un abbraccio
Adriana

venerdì 31 ottobre 2008

zucche & zucconi

Carissimi
"se Dio vuole è venerdì", come dicono gli inglesi. E così mi sono sfangata la prima settimana di radio. Sì, ho deciso che contare le sedute era troppo stressante, conterò le settimane: una su 5 è andata :-)

HALLOWEEN

Il sindaco di Padova non ha concesso uno spazio municipale ad una Festa di Halloween. Due le motivazioni: 1) E' un'americanata che nulla ha a che fare con le nostre tradizioni; 2) Recarsi - il giorno dopo una notte di bagordi - in cimitero ad omaggiare i morti è un insulto al "bon ton"; 3) rischio di vandalismi e lerciume sparso.
Concedere o meno uno spazio pubblico per una Festa di Halloween è diritto del sindaco, ma, per favore portiamo motivazioni serie: l'unica è la terza, inutile infiorettarla. Quanto all'americanata, lo è. Ma invece di respingere in toto questa festività (vano tentativo!), perché non riscoprire e riproporre ciò che era nella nostra tradizione? Le zucche con le candele dentro, i tanti dolcetti locali e regionali fatti in casa, le leggende più o meno tremende raccontate accanto al fuoco... insomma tornare anche a quella "frequentazione serena" della Morte che ormai si vive solo in modo drammatico, alla faccia del supposto Paradiso! L'idiozia poi di dire che una festa non è consona alla visita in cimitero... Ma per carità, ben vengano i banchetti e la musica in onore del defunto, come ancora in voga tra popolazioni non certo meno civili di noi.

DOLCETTO O SCHERZETTO?

DOLCETTO: Se volete mi "cospargo il capo di cenere" visto che siamo in tema, ma non sono riuscita a resistere ad un attacco consumistico. Da Auchan - in vista di Halloween - hanno allestito ben due corsie tutte dedicate al cioccolato. Io non sono golosa di dolci, ma il cioccolato (cibo degli dei) mi fa impazzire. E infatti ho proprio perso la testa: ho comperato torte, torroncini, cioccolatini, croccanti e perfino un completo da fonduta. Tutto rigorosamente fondente amaro. Una quantità da "Cioccolato Party", quindi sapete cosa vi aspetta se venite a trovarmi. Per rispetto alle mie magagne intestinali, ne mangio solo un pezzetto al giorno, quindi la scorta durerà per un pezzo. Il mio preferito è il fondente al peperoncino da sciogliere lentamente in bocca, mentre ascolto un Budda Bar. Per me è lo sballo assoluto: più di una volta mi sono trovata a piedi nudi a ballare anche da sola.

SCHERZETTO: godetevi l'allegato. Io sono diventata così "zuccona" da cascarci... Invece il trucco è a portata di mano ;-) Fatemi sapere come va a voi.

Un abbraccione
Adriana

ps. Nel week end risponderò a tutte le mail personali che mi si sono accumulate, ma che leggo quotidianamente. Grazie per essermi così vicini :-)))))))))

giovedì 30 ottobre 2008

Il Dio Telefono

Carissimi
mi sento finalmente in ripresa. Oggi ho fatto la quarta seduta di radioterapia e tutto sta procedendo per il meglio: non aspetto più di mezz'ora e la mia pelle, a cui elargisco quotidianamente ben tre diversi tipi di crema, per ora non registra problemi. A quello che succede sotto cerco di non pensarci; anzi, mentre sono stesa sul lettino fingo di farmi una lampada abbronzante.

Fra i vari problemi in corso di soluzione, avevo anche quello del lavaggio del port. Veramente mi seccava andare fino all'ospedale di Piove di Sacco per farmi semplicemente dare una siringata d'acqua. Così, martedì mattina ho cominciato a telefonare nelle varie strutture ospedaliere di Padova che potevano fare al caso mio: Hospital Day di Oncologia, Reparto di Oncologia, Centro regionale Tumori. Niente da fare! Ovunque o dava occupato, o squillava a vuoto, o si inseriva il fax. Così ieri pomeriggio, prima della seduta di radio, sono andata all'Hospital Day di Oncologia, ufficialmente aperto solo di mattina. Ho trovato un infermiere in età (simpatico e tombeur de femme) che senza perdere un secondo mi ha seduta su uno sgabellino e vuotato la famosa siringa nel port, ridendosela di appuntamenti e di impegnative mediche per un'operazione tanto banale. "Ma all'ospedale di Piove queste cose me le richiedono... è un tale casino là" gli ho detto. "Casino a Piove? - mi ha risposto - Io ho un fratello che da un anno va a fare la chemio lì e le assicuro che non è niente in confronto al casino che c'è qui". Ok, ho avuto un colpo di fortuna: la persona giusta, al momento giusto, nel posto giusto. Grazie Agostino, ma possibile che le cose filino liscie solo quando si incappa in queste rare e felici combinazioni? Ma la parola "standard" non ha proprio più alcun significato? Possibile, ad esempio, che tre reparti importanti come quelli che ho citato non possano avere un centralino efficiente?
E' incredibile come nell'epoca dei computer si ricorra ancora a così tanta carta, così come il Dio Telefono funzioni solo per le puttanate. Giusto stamattina sentivo che secondo la rilevazione fatta da una società di sondaggi di Mestre, la famiglia italiana - in piena crisi economica - è disposta a tagliare su tutto, ma non a rinunciare al cellulare. Oltre il 50 per cento dei bambini delle elementari ha il cellulare personale...
Riflessione senza alcun intento moralistico: sappiamo bene che in ogni "tribù" il rito del passaggio all'età adulta (più o meno sanguinario) è sempre stato fondamentale. Noi "civilizzati" non siamo mai stati da meno: dai pantaloni corti a quelli lunghi in altri tempi, alle chiavi di casa nei miei. Ora è il cellulare ad essere il momento dell'emancipazione? Ma non ci si rende conto che dare un cellulare ad un bimbo è consegnargli non solo le chiavi di casa, ma quelle del mondo? E magari non del migliore?

Un abbraccione
Adriana

martedì 28 ottobre 2008

Stupidi & stupiti

Carissimi
è da un bel po' di giorni che non ci sentiamo, ma non sono stati giorni "buoni". Prima ho dovuto smaltire l'ultima chemio, poi mi è venuta una brutta colica. Ne sono uscita molto spossata in un momento in cui c'erano tante cose a cui far fronte. Il risultato è stato un stress tremendo, perché la mancanza di forze mal si concilia con impegni incalzanti sia sul fronte della salute che di altro tipo. Un conto è riuscire a vivere alla giornata, diverso è subire la precarietà. Sono caduta nel malumore e nell'irritazione, quindi ho preferito defilarmi. Comunque, anche se è stato uno slalom, sono riuscita a contattare tutte le persone che mi aiuteranno a portare avanti la mia guerra.
Dell'amico cardiologo Trivellato vi ho già scritto, i miei successivi contatti sono stati questi:

Ginecologa: si è stupita che nessuno mi abbia consigliato una visita di questo tipo, visto che ho subito un cancro al seno sinistro, che ho un nodulo al seno destro e che il farmaco che sto prendendo mi provocherà una simil-menopausa. Ok, ora ho vari esami da fare.

Reumatologo: si è stupito che nessuno... ecc. e sempre per i succitati motivi. Comunque, secondo una prima diagnosi, la forma di osteoporosi rilevata dalla densitometria non ha niente a che fare con la menopausa (né prima, né seconda) e neppure con il cancro. Risale a molti anni fa e alcune coliche renali che ebbi avrebbero dovuto far pensare ad un eccesso di calcio nelle urine, perdita probabilmente causata da un malfunzionamento della paratiroide. L'averlo scoperto ora è stata una fortuna. seguono esami.

Osteopata: si è stupito che nessuno mi abbia suggerito la fisioterapia in corso di radioterapia. Ieri ho fatto il primo massaggio. E' davvero un ottimo professionista, ma vi racconterò del "contorno" appena mi sarà tornato il buonumore.

Radiologia: si sono stupiti quando infine ho telefonato per ricordare che ero in lista d'attesa. Loro se l'erano scordato. "Le troveremo un buchino" mi ha detto il tecnico. "Mi dispace ma sono a casa perché ho perso la bambina" mi ha risposto la radiologa. Ovviamente mi dispiace molto per lei, perché è davvero una cara persona, tuttavia non va bene che una struttura si inceppi se manca una persona. Comunque ho iniziato le sedute: ogni giorno alle 16 eccetto sabato, domenica e festivi.

Fra una cosa e l'altra sono giornate a "perdifiato" che mi lasciano stremata, immersa nelle carte, nelle telefonate e nella ricerca di parcheggi. Naturalmente ho la testa nel pallone e riesco a destreggiarmi solo grazie ai post it. E anche così, che disastro! Pazienza comperare due volte il dentifricio, ma si può ricomprare una forbicina per unghie appena acquistata una settimana prima????? O dover telefonare a tre amiche perché non mi ricordavo più il nome di una pianta che ho in terrazzo: una banale CAMELIA! E così mi agito, sudo e mi punge tutta la pelle! GRRRRR
Ahhh, dimenticavo... il reumatologo mi ha consigliato SOLE!!!!! Andrò sul Mar Rosso "a tempo perso" e con il burka, visti gli effetti di chemio e radio! Ok, ok... non tragedizziamo, ci andrò a primavera, subito dopo aver fatto la "prova bikini" naturalmente. Ghegheheheh.

Dai, dai... mica voglio deprimervi. Se mi tornano le forze - ovvero smettere di girarmi la testa ogni volta che da seduta mi metto in piedi - riacquisto anche il mio "sense of humor".
Da lunedì, comunque, torno in palestra. Farò quello che riesco, ma almeno mi sembrerà di essere tornata alla normalità. E, per carità, non stupitevi!

Un abbraccio
Adriana

giovedì 16 ottobre 2008

Ho un cuore sghignazzante

Carissimi
avete presente quella "faccina" (emoticon) che sghignazza con la linguetta fuori ad un lato della bocca? Ebbene il mio cuore - se preso con una certa inquadratura - è proprio così: faccia tonda tonda, due enormi cavità scure che fanno da occhi, un'altra come bocca e a "slinguettare" molto rapidamente è la valvola mitrale. Così mi è apparso ieri sul monitor mentre facevo l'eco color doppler. Mi sarei messa a mia volta sghignazzare, ma dovevo stare zitta e respirare normalmente onde non alterare le immagini. Ho cercato di mettere a parte della mia ilare scoperta, il dottor Trivellato, Mario per me e gli altri amici che l'hanno conosciuto alle mie feste di Natale, ma lui ovviamente - da esperto cardiologo - ha una visuale del tutto diversa.
Tanto per stare sulla notizia, il mio cuore sarà anche sghignazzante, ma sta benissimo. Quindi potrò affrontare la radio in tutta tranquillità.
Siccome tra i lettori di questa mailing c'è anche Mario Trivellato, racconterò il gustoso antefatto alla visita cardiologica di ieri. Avevo appuntamento per le 11.45 al Servizio di Cardiologia dell'Usl 16 diretto da Trivellato e intendevo essere puntuale sia perché lo sono per natura, sia perché alle 13 dovevo essere all'altro capo della città per sottopormi alla densitometria ossea. Sono partita da casa con ampio anticipo, per evitare di angosciarmi nella difficile ricerca di un parcheggio. Trovarlo, infatti, non è stato facile. Scendo dalla Mini e mi avvio al parcometro, ma dopo due passi sento la calza autoreggente della gamba sinistra abbandonare l'aderenza e scendere al ginocchio, ovvero in bella vista, dal momento che avevo una gonna a due palmi sopra ad esso.
Nota per i maschietti: capita che le calze autoreggenti non "reggano" se si ha la pelle troppo asciutta, ma basta spalmare un po' di crema sulla coscia e tutto torna a posto. Né stupitevi se metto le calze autoreggenti per andare ad una visita medica: non è un intento di seduzione (queste poi erano marroni e a trama fitta), solo che i collant mi danno un fastidio tremendo, anche in inverno!
Insomma mi ritrovo lì in una stradina deserta nella periferia del centro storico, senza un briciolo di crema a portata di mano e ad una discreta distanza dalla meta. Naturalmente i tentativi di rimettere a posto la calza che scendeva inesorabile ad ogni passo era tremendamente imbarazzante, seppure seduttivo per i passanti. Riguadagno finalmente la Mini e mi metto a frugare freneticamente nel cruscotto, dove scovo (o meraviglia!) un elastico che infilo subito fino alla coscia. Ma dopo tre passi, invece di uno, la calza è nuovamente al ginocchio. Nell'anfratto di un portone mi metto a fare nodi su nodi per stringere ulteriormente l'elastico che riuscirà senz'altro a bloccarmi la circolazione, ma non a tenere su la calza, come avrò modo di constatare nel giro di un minuto. Intanto i minuti passano inesorabili. Come faccio a presentarmi in queste condizioni? Non sembro più una sessantenne biricchina che porta bene la sua età, ma una sessantenne debosciata! Finalmente sbuco su una via un po' più centrale (via Beato Pellegrino), ma più caratterizzata da negozi di artigianato che di profumerie... Mi serve una cremaaaaa! Altro che Isola dei Famosi, formulo le ipotesi più improbabili: potrei entrare in un bar e chiedere del burro (ma che penseranno?), potrei ordinare un caffé, andare in bagno con la bustina di zucchero, miscelarlo con l'acqua e sperare di rendermi la coscia appiccicosa quel tanto da tenere su la calza; potrei entrare dal parrucchiere e comprare del balsamo per capelli, ma mi sa che mi rende ancora più scivolosa... Aahaha, finalmente un negozietto di alimentari: è talmente stretto che passo di misura dietro i clienti al bancone, così almeno nessuno nota la mia calza al ginocchio. Raggiungo una mensola con qualche detersivo polveroso, ma non c'è traccia di nessuna crema, manco per mobili, men che meno per le mani! Esco disperata, anche perché la strada sta finendo e poiché sbocca su una grossa arteria, non troverò più traccia di negozi. Ed ecco il miracolo: a soli cento metri dalla mia meta, vedo un'erboristeria. Arraffo una crema qualunque che sarei disposta a pagare oro, esco, mi metto dietro un cassonetto delle immondizie e incremo la coscia, la cui calza aderisce ora perfettamente. Proprio in quel momento mi squilla il cel. E' Trivellato: vuole assicurarsi che sarò puntale. Arrivo che spacco il minuto e... per forza mi scopro il cuore che sghignazza.

E ora, per "par condicio" nei confronti dei tanti medici e operatori sanitari che sto frequentando e di cui narro, voglio spendere qualche parola anche sul dottor Mario Trivellato che dirige un reparto davvero modello per efficienza e cortesia del personale. Ma Mario non è "banalmente" un cardiologo - per quanto bravo - bensì un cardiologo che mette, senza metafore, "tutto se stesso" nella sua professione. Nel senso che usa il proprio cuore per bizzarri esperimenti, quale - fra gli altri - monitorarsi in un lancio col paracadute, esercizio mai praticato prima (né dopo). Ed ha 66 anni, mica è di primo pelo. Non basta, ieri ho scoperto che lo scorso settembre si è buttato nel vuoto dal ponte più alto d'Europa, quello di Enego sulla strada che porta ad Asiago: 175 metri d'altezza. Legato ad un elastico da bungee-jumping lungo 41,5 metri di lunghezza, Mario ha fatto un salto da 165 metri in totale, con primo rimbalzo a 120 metri. "Ma perché l'hai fatto?" gli ho chiesto, riservandomi di leggere più tardi l'articolo che parlava di questa prodezza. "Per capire come il cuore reagisce alla paura" mi ha risposto candidamente. Mario, a quando il cammino sulle braci ardenti? Da tutti noi che abbiamo un cuore, grazie per il tuo impagabile entusiasmo.

Un abbraccio
Adriana

domenica 12 ottobre 2008


Buon lunedì a tutti
Sto cercando di riemergere da questa ultima chemio che è stata un po' cattivella, o forse sono io che ho accumulato "scorie venefiche". E vabbé, ormai è andata. Ora dovrei riprendermi giorno per giorno.
Ieri sono stata a pranzo con i figli a "La Vecchia Brenta", un ristorante che mi piace molto. E il tempo splendido ha fatto da vivificante cornice. (nella foto, appena finito di pranzare... possibile che sono diventata così piccola?). Ma io mi sono ugualmente stancata molto, tanto da dovermi rifugiare a letto per il resto del pomeriggio. Stancata a fare che? vi chiederete. Anche se eravamo all'aperto, il rumore e il chiacchiericcio agli altri tavoli mi hanno frastornata. Sento più che mai bisogno di quiete. Purtroppo siamo tutti costretti ad una vita chiassosa, ad un silenzio rumoroso, alla condanna del branco. E' strano come siamo pronti a metterci a dieta per il cibo, ma non per il rumore. Ricordo la quiete della Biblioteca Nazionale di Malta con i suoi sommessi scricchiolii e, soprattutto, gli odori: quello secco e polveroso degli antichi scaffali di legno, quello farinoso dei libri, ma di più mi è rimasto impresso quello degli schedari a mano con i loro cassettini odorosi di spezie. Sì, un profumo pungente e aromatico - tipo curry forse - che mi faceva venire l'acquolina in bocca. Ci ripensavo al ristorante, cercando di scacciare un filo di nausea che mi aveva colto.
Naaaa, tranquilli, non sto meditando di entrare in un convento di carmelitane scalze... Anzi mi attende una settimana piuttosto impegnativa, visto che sono diventata una "donna ad alta manutenzione".
Un abbraccio
Adriana


venerdì 3 ottobre 2008

3 ottobre 2008 - Meglio in crociera che in casa di riposo

Carissimi
eccomi qua dopo il consueto, tumultuoso ritorno a casa. Mio figlio Filippo deve arredare il suo nuovo appartamento e ha chiesto il mio aiuto. Cosa che mi ha fatto molto contenta, ma è davvero una maratona occuparsi di mobili e relativi prezzi.

Stamattina ho parlato con la radiologa, perché mi aveva detto di chiamarla qualche giorno prima dell'ultima chemio (che sarà martedì). Ho così appreso che la radioterapia non posso iniziarla prima di tre settimane dall'ultima chemio, onde evitare gli effetti dannosi da sovrapposizione. Potevo anche arrivarci da sola, ma sono stata fuorviata dal discorso che mi aveva fatto: "Se si libera prima un posto, la avvertiremo". E così sono rimasta vincolata a Lignano nel timore di una "chiamata d'urgenza". Ora invece mi trovo a dover aspettare la fine di ottobre prima di incominciare. Uffaaaaa. Penso che mi darò alla pazza gioia ;-)

Avete visto l'allegato? Certo che è un'idea fantastica (almeno pro tempore...). Del resto è da anni che i pensionati vanno in vacanza sul Mar Rosso perché è molto più conveniente della costiera romagnola.

Un abbraccio
Adriana